martedì 17 novembre 2009

Sonia Marra, scomparsa a Perugia tre anni fa: la rabbia del fratello

"Basta con l'omertà, trovate mia sorella" Sonia è scomparsa nel nulla. L'urlo del fratello

Una foto di Sonia Marra dal sito di "Chi l'ha visto?"

PERUGIA - Scomparsa nel nulla tre anni fa. Erano le 15.30 del 16 novembre 2006 quando Sonia Marra, 25 anni, fece la sua ultima telefonata alla madre a Specchia, il suo paese d'origine in provincia di Lecce. Tutto sembrava normale. La sera la madre cercò di chiamarla al cellulare, ma era spento. Da quel momento non si è saputo più nulla di Sonia, studentessa universitaria pugliese iscritta alla facoltà di Medicina a Perugia. Tre anni di mistero e doloroso silenzio da parte della famiglia, che oggi è tornata a chiedere con forza che le qualcuno faccia qualcosa per ritrovarla.

Sonia Marra, studentessa pugliese, è sparita nel nulla tre anni fa a Perugia
La famiglia chiede che si faccia luce sulla vicenda. Il ragazzo ha parlato in consiglio comunale
"Basta con l'omertà, trovate mia sorella"
Sonia è scomparsa nel nulla. L'urlo del fratello
"Chi sa qualcosa esca allo scoperto". La ragazza lavorava come volontaria in una scuola di Teologia
Nel giallo anche la figura di un prete arrestato per spaccio di droga

"Basta con l'omertà, trovate mia sorella" Sonia è scomparsa nel nulla. L'urlo del fratello

Una foto di Sonia Marra dal sito di "Chi l'ha visto?"
PERUGIA - Scomparsa nel nulla tre anni fa. Erano le 15.30 del 16 novembre 2006 quando Sonia Marra, 25 anni, fece la sua ultima telefonata alla madre a Specchia, il suo paese d'origine in provincia di Lecce. Tutto sembrava normale. La sera la madre cercò di chiamarla al cellulare, ma era spento. Da quel momento non si è saputo più nulla di Sonia, studentessa universitaria pugliese iscritta alla facoltà di Medicina a Perugia. Tre anni di mistero e doloroso silenzio da parte della famiglia, che oggi è tornata a chiedere con forza che le qualcuno faccia qualcosa per ritrovarla.

"È ora di squarciare il silenzio, basta con questa omertà" ha gridato il fratello Piermassimo nella sala del consiglio comunale di Perugia, dove ha partecipato alla conferenza allargata dei capigruppo organizzata proprio per riproporre l'inquietante vicenda. Le indagini della magistratura perugina, attualmente coordinate dal pm Giuseppe Petrazzini, negli ultimi tempi avrebbero subito una accelerazione, tanto che oggi anche il legale della famiglia, Alessandro Vesi, ha invitato "chi sa qualcosa" a uscire allo scoperto "nel suo interesse".

La scomparsa di Sonia, studentessa di Medicina e segretaria volontaria alla scuola di Teologia di Montemorcino, è un vero giallo, con testimoni che avrebbero parlato di una buca scavata a mano nel parco di Montemorcino, di un uomo vestito di nero che usciva dalla sua abitazione, e di test di gravidanza cui si sarebbe sottoposta la studentessa nel timore di essere incinta alla vigilia della scomparsa.

Del caso si è occupato anche il programma Chi l'ha visto?, che ha pubblicato una scheda su Sonia Marra in cui ripercorre le diverse fasi della vicenda. La sorella Anna si è trasferita a Perugia per seguire il caso da vicino, ma non è riuscita a parlare con le persone che Sonia frequentava, tra cui uno studente o un parroco con cui la ragazza si confidava. Il programma di RaiTre è tornato più volte a parlare della scomparsa di Sonia, aggiungendo inquietanti dettagli rivelati da un supertestimone che avrebbe parlato di don Francesco Ciacca, 43 anni, un sacerdote arrestato nel settembre 2006 con l'accusa di spaccio di droga, di cui Sonia sarebbe stata innamorata.

La guardia di finanza è arrivata a don Ciacca seguendo un pacco con mezzo chilo di cocaina pura e qualche etto di marijuana spedito dal Sudamerica e diretto al sacerdote. Il destinatario aveva un nome fittizio, un sacerdote della curia arcivescovile di Perugia che non esiste, però don Francesco aveva avvertito: "Se arriva un pacco indirizzato a questa persona, mettetelo da parte che è per me". Poi l'arresto del prete e la richiesta di quest'ultimo di tornare allo stato laicale. L'estate scorsa l'ultimo aggiornamento della redazione di Chi l'ha visto?: un detenuto, Michele Mariucci, "racconta dal carcere di Perugia i suoi rapporti con Sonia: l'uomo, che lavorava come inserviente a Montemorcino, è stato arrestato per spaccio di droga insieme a Don Ciacca".

"Sono tre anni - ha detto oggi Piermassimo, il fratello di Sonia - che viviamo come sospesi, cercando di capire cosa è accaduto e perché. Sarebbe una grande ingiustizia che ci si dimenticasse di lei in quanto si tratta di una ragazza di famiglia umile. E' ora di squarciare il silenzio. Basta con questa omertà. Fateci sapere che fine ha fatto Sonia".

All'iniziativa di oggi a Palazzo dei Priori (nella sala era esposta una grande fotografia di Sonia Marra) hanno partecipato i capigruppo del Consiglio comunale, i familiari di Sonia, alcuni rappresentanti dell'amministrazione comunale di Specchia e dell'associazione Penelope composta da parenti di persone scomparse. C'erano anche il viceprefetto Agata Iadicicco dello speciale ufficio che si occupa a livello nazionale dei casi di sparizione e il vicesindaco di Perugia, Nilo Arcudi. Il presidente nazionale dell'associazione Penelope, Elisa Pozza Tasca, ha ricordato che dal 1974 sono scomparse in Italia 24.804 persone (sono 117 in Umbria e di questi 57 a Perugia) e che negli istituti di Medicina legale ci sono 700 cadaveri "senza un nome".

In apertura il presidente del consiglio comunale Alessandro Mariucci ha detto che "è assolutamente inaccettabile che in una città civile, nota in tutto il mondo come a Perugia, una ragazza possa scomparire nel nulla. Per questo siamo qui, per riportare l'attenzione sull'inquietante e triste vicenda, per chiedere con forza che le ricerche continuino". Gli assessori comunali di Specchia, Sara Marciano e Isabella De Nicola, hanno ricordato che la loro amministrazione ha dato vita a varie iniziative, tra cui una fiaccolata e due consigli comunali dedicati alla scomparsa della giovane, per tenere alta l'attenzione sulla vicenda. "Siamo qui - hanno sottolineato - affinché si rompa il silenzio e si riaccendano i riflettori sulla scomparsa di Sonia. Chiediamo che se a Perugia qualcuno sa qualcosa, finalmente parli".

Il viceprefetto vicario Agata Iadicicco ha sottolineato che l'ufficio "Persone scomparse" è stato costituito recentemente per "una forte spinta dal basso, proprio da parte dei cittadini, in particolare di coloro che vivono queste tremende vicende in famiglia". "In questa fase - ha detto - stiamo dando grande impulso al varo di una legge ad hoc sulle persone scomparse. Un altro importante passo avanti - ha spiegato - è stato, di recente, la creazione di un sistema integrato che permetterà di confrontare i dati sulle persone scomparse con quelli dei cadaveri ancora non identificati presso gli istituti di medicina legale. Con l'esame del Dna - ha detto - si potranno dare molte risposte".

(la repubblica 16 novembre 2009)

domenica 15 novembre 2009

Avvocato si uccide a via Poma,un palazzo di delitti e misteri


Arriva la polizia e i condomini pensano che sia ancora per Simonetta
Quel palazzo Anni Trenta tra delitti e misteri
di RAFFAELLA TROILI


Di nuovo le volanti a via Poma 4, parcheggiate di corsa, vicino all’entrata. E gente che grida o piange in silenzio, portoni sbarrati, ambulanze, vigili del fuoco, sirene. «E ora, che altro è successo?», esclamano i condomini. C’è un uomo, un noto avvocato, che si è ucciso nel suo studio, ma la gente pensa ancora a lei, a Simonetta Cesaroni, al processo riaperto in questi giorni, «forse sono qui per cercare nuovi indizi e testimoni». Quasi vent’anni dopo, poco probabile. Invece un altro fattaccio è appena avvenuto tra le mura dell’ormai noto stabile Anni Trenta con il cortile al centro e la fontana circondata da sei palazzine. Quartiere Delle Vittorie, a pochi metri da piazza Mazzini.
Se nel ’90 - era il 7 agosto, Roma era calda e deserta - Simonetta tentò di difendersi come potè, perché era giovane, bella e voleva vivere, ieri l’affermato avvocato cinquantenne non è riuscito a fuggire dal suo personale momento di disperazione. Se allora, sempre nel ’90, Simonetta scappò impaurita in un’altra stanza dell’appartamento, ma venne immobilizzata, sbattuta a terra e colpita 29 volte con un tagliacarte, ieri il noto penalista si è seduto lentamente al suo posto, ha scritto una lettera e scelto di morire perché a volte la vita appare peggio della morte.
Di nuovo in via Poma, stavolta nella palazzina di fronte a quella dove dal primo luglio del ’90 Simonetta lavorava, due pomeriggi a settimana, nella sede dell’Aiag, III piano, interno 7, scala B. Ma al piano terra, in uno dei tanti studi legali del complesso e del quartiere. «Non è un palazzo maledetto, è che siamo tanti, ci sono settantadue uffici», dice un’elegante signora. E una giovane donna, che rientra col suo cane: «Non se ne può più, in questo condominio...», sussurra angustiata.
Non è un mistero, non è un giallo, stavolta. Nessuna similitudine, nessun parallelo, se non che siamo di nuovo in via Poma non in una via qualunque e la gente si ferma più incuriosita del solito pensando a un ennesimo sopralluogo. Risale all’84 il primo delitto: scala E, I piano, via Poma 4. Renata Moscatelli, 68 anni, nubile, figlia di un ex generale dei carabinieri viene trucidata. E’ il 24 ottobre, a trovarla cadavere nel suo appartamento è la sorella. Ha il pomo d’Adamo rotto, la fronte lacerata. Si è trascinata in camera da letto dal soggiorno, forse per arrivare al telefono. Nessun ipotesi, nessun movente, mai trovato alcun segno di scasso, la sua morte resta un mistero. Lascia un mistero dietro di sè anche l’avvocato, però: in tanti ieri, quanti l’hanno amato e come sempre accade, stavano a chiedersi in lacrime il perché del suo gesto.

di MARCO DE RISI

Un colpo di pistola alla tempia destra. Si è tolto la vita così, seduto nel suo studio in via Poma, un noto avvocato penalista di 50 anni, patrocinante in Cassazione. E’ stato trovato riverso sulla scrivania, la testa immersa nel sangue. A terra la pistola che deteneva regolarmente, una calibro 9. Sulla scrivania un cellulare e una lettera di addio e di scuse. Il legale era tornato nello studio dopo aver assistito ad alcuni interrogatori di suoi clienti.
Il suicidio si è verificato nello stesso condominio dove è stata uccisa Simonetta Cesaroni. A trovare il cadavere dell’avvocato, nel suo studio al piano terreno, sono stati i vigili del fuoco che per entrare hanno dovuto forzare la porta. A chiamare i pompieri, verso le due del pomeriggio, era stata la suocera preoccupata dopo che il legale per ore non aveva risposto al cellulare. Aveva provato a telefonargli anche il figlio, un bambino di 11 anni.
Ai primi soccorritori è apparso subito chiaro che ormai non c’era più nulla da fare. L’avvocato, probabilmente in mattinata, s’era seduto alla scrivania, aveva scritto la lettera di addio. Poi ha impugnato la sua Beretta calibro 9 e dopo avere appoggiato la canna alla tempia ha premuto il grilletto. A via Poma, proprio nello stabile del “giallo” ora tornato alla ribalta con il rinvio a giudizio dell’ex fidanzato di Simonetta, sono nuovamente apparse le “volanti” del 113 e le auto del commissariato “Prati”. E’ iniziato un lungo sopralluogo per verificare che si trattasse effettivamente di suicidio. Dai primi rilievi della polizia scientifica, pare non ci siano dubbi. La posizione del corpo, le tracce di sangue, il punto in cui è stata trovata la pistola non lascerebbero spazio ad altre indagini. L’avvocato lascia il figlio piccolo e la moglie avvocato da cui era separato da un anno. Le cause del gesto sono probabilmente racchiuse nella lettera presa in consegna dalla scientifica insieme alla pistola e al cellulare del professionista. Alcuni parenti accorsi a via Poma hanno raccontato di non aspettarsi un gesto simile. L’avvocato era un professionista serio e stimato, dagli amici descritto come persona piena di umanità e buon padre. Era stato il difensore di uno degli indagati e condannati per la truffa alle “Coop Casa Lazio” e aveva difeso anche i presunti assassini di Rosanna Iannaccone, uccisa a Torpignattara a colpi di pistola in faccia in un regolamento di conti del crimine organizzato.
Il Messaggero 15 novembre 2009

Flavia Amabile: Pedofilia Rignano Flaminio (articoli)

15/11/2009

Rignano, l'ora degli sputi

Fuori del tribunale una lite tra due imputati e i genitori dei bambini che hanno denunciato gli abusi

FLAVIA AMABILE

E' andata come in fondo si temeva, questa seconda udienza preliminare per gli abusi denunciati dalle famiglie dei bambini che frequentano la scuola materna Olga Rovere. Due imputati, Gianfranco Scancarello e la moglie, sono entrati dall'ingresso principale del tribunale. I genitori erano lì, poco prima era già passata un'altra delle imputate ma non era accaduto. Gianfranco Scancarello, però, non si limita a passare, quando vede i genitori li apostrofa: 'Bravi, siete stati proprio bravi!' esclama, secondo il racconto dei legali della difesa dei genitori.

A quel punto la tensione esplode. Si arriva in un istante agli insulti e agli sputi. I due vengono accompagnati all'esterno del tribunale e pregati di entrare da un ingresso secondario. Ne approfitteranno più tardi per chiedere il trasferimento del processo per inquinamento ambientale. La richiesta verrà rifiutata: all'ambiente dei coniugi Scancarello non interessa nulla, a Tivoli nemmeno sapevano dell'udienza, davanti al tribunale non c'erano assembramenti se non il minimo indispensabile per un processo ad alto impatto mediatico.

Dentro il tribunale l'udienza è stata una sconfitta su tutti i fronti per gli imputati. Il pm Marco Mansi ha ribadito la richiesta di processo per tutti gli indagati per i presunti abusi sessuali. Il gup ha respinto tutte le eccezioni preliminari difensive. «L’udienza ha segnato un ulteriore passo in avanti per accertare la verità», hanno detto i legali di parte civile
Franco Merlino ed Antonio Cardamone. «La richiesta di rinvio a giudizio ha sottolineato la validità delle dichiarazioni di bambini e genitori, dei risultati degli incidenti probatori e dei riscontri oggettivi», ha aggiunto Carlo Taormina.

Per i difensori degli accusati, «nulla di sorprendente; tenuto conto di quanto evidenziato dal pm, un rinvio a giudizio sarebbe assolutamente assurdo», ha detto l’avvocato Borgogno. A lui si è aggiunto l’avvocato Giosuè Naso: «Do per scontato il rinvio a giudizio. Sarà un processo scandaloso, devastante, ma lì cominceremo a fare sul serio». Prossima udienza, il 15 gennaio 2010 per un «esame incrociato» chiesto da Scancarello
e Del Meglio per rispondere alle contestazioni.
(la stampa 15 novembre 2009)
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14/11/2009
Rignano, processo al via

Le maestre in tribunale per difendersi dalle accuse di pedofilia sui loro alunni
FLAVIA AMABILE


Ed oggi entra nel vivo il processo agli accusati di pedofilia a Rignano Flaminio. Ci saranno le maestre, potrebbe esserci una protesta in loro favore, non mancherà il solito rimpallo di veleni.

Nel frattempo la scuola dei presunti abusi ha diversi problemi tra vetri rotti, spessi strati di polvere e molta incuria, tanto dall'aver indotto un gruppo di genitori a scrivere una lettera all'istituto per chiedere di intervenire.

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30/10/2009
Rignano, il sindaco e il fantasma

Ottavio Coletta racconta la sua città divisa tra colpevolisti e innocentisti
FLAVIA AMABILE


Era fresco di nomina Ottavio Coletta. Aveva conquistato il secondo incarico come sindaco e si sentiva tranquillo, ormai conosceva il suo paese meglio delle sue tasche, amministrarlo sarebbe stata una passeggata. E va bene che nelle sue tasche c’era una tessera di An, ma in quel periodo era molto più difficile prevedere la scomparsa del partito di Fini che il terremoto che stava per abbattersi sulla sua Rignano Flaminio.

Era sindaco dal 2001, il suo paese l’aveva visto esplodere, da 5800 abitanti a 8200. Merito dei romani, tutti innamorati di quel piccolo centro immerso nel verde. Trenta chilometri da Roma, prezzi infinitamente meno cari, la tranquillità di sapere che i problemi della grande capitale non sarebbero arrivati, perché lì ci si conosce tutti. E poi all’improvviso accade qualcosa di incredibile, l’orrore sembra essere proprio dove meno te l’aspetti.

Per capire se quell’orrore sia esistito davvero oggi si aprirà davanti al tribunale di Tivoli la prima udienza di un’inchiesta senza precedenti nel suo genere: centinaia di migliaia di atti depositati, perizie e una consulenza, dichiarazioni e controdichiarazioni. Alla fine forse si riuscirà a sapere se i ventuno bambini della scuola materna «Olga Rovere» hanno subito abusi sessuali come hanno raccontato. E se a commetterli siano stati tre ex-maestre (Patrizia Del Meglio, Silvana Magalotti e Marisa Pucci) un autore tv (Gianfranco Scancarello) e una bidella (Cristina Lunerti).

E’ vero, oppure no? E’ questa la domanda che da tre anni ha cambiato la vita del paese. Lo ha diviso, lacerato, trasformato in un luogo dove si gira per bande. Da una parte gli innocentisti, convinti che i bambini abbiano inventato tutto. Da molto tempo hanno anche un loro riferimento nel governo, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Famiglia, Carlo Giovanardi. Dall’altra i colpevolisti, persuasi che il paese sia stato per alcuni anni un covo di orchi. In mezzo, un drappello di non schierati, quelli che hanno preferito non prendere posizione e lui, Ottavio Coletta, è il loro modello. «Nessuno - a parte i diretti interessati - può sapere che cosa sia accaduto. Io però sono il sindaco di tutti e voglio rispettare tutti», afferma.

Per rispettare tutti ha persino cambiato idea rispetto a due anni e mezzo fa quando, sull’onda emotiva degli arresti, annunciò che il Comune si sarebbe costituito parte civile. Oggi preferisce attendere: «Vedremo l’evolversi della situazione. Non conosco la verità, aspetteremo che la giustizia faccia il suo corso, e speriamo che lo faccia presto in modo da ricomporre questo paese lacerato».

Non sempre i suoi gesti vengono capiti o accolti bene in paese. L’ultima volta, due settimane fa, quando l’associazione «Verità e Giustizia» che difende le maestre, gli ha chiesto il teatro comunale per un convegno dal titolo «Falsi abusi a Rignano Flaminio». La sera prima qualcuno si è introdotto di nascosto nel teatro e ha riempito di vermi le poltrone. Per disinfestarlo ci sono volute ore ed ore. Intanto i manifesti del convegno venivano coperti di insulti. E una pioggia di polemiche investiva Carlo Giovanardi, anche lui fra i relatori del convegno, presenza che non è piaciuta per nulla a altri politici del centrodestra come Luca Barbareschi o Alessandra Mussolini.

Il sindaco in passato lo ha definito «il terribile fantasma». E’ il sospetto che si è impadronito di tutti ormai: politici, avvocati, ragazzi, studenti, genitori. Inquina ogni dialogo che possa riguardare i bambini o la scuola, fa tendere bene le orecchie ad ogni genitore quando i figli tornano a casa e raccontano qualcosa di un po’ diverso dal solito. Perché c’è qualcosa che non torna secondo i colpevolisti, in tutta questa vicenda. I bambini descrivono luoghi dove non sono mai stati, ma chi abita da queste parti sa che le Rignano in realtà potrebbero essere molte di più. A denunciare di strane gite nei casali spesso con piscina delle campagne dei dintorni sono anche altri bambini: c’è la storia di Alberto nel viterbese, ci sono i bambini di Castelnuovo di Porto e i quattro fratellini di You Tube.

I racconti girano di casa in casa, i sospetti dei colpevolisti aumentano. E il povero sindaco di Rignano sa che dovrà aspettare ancora un bel po’ prima che «il terribile fantasma» si allontani dal suo paese. «Per noi l’inchiesta prima, e gli arresti poi, sono stati un danno di immagine ma anche economico notevole. Venivamo da un periodo di forte espansione, all’improvviso la domanda di case in zona è molto rallentata».

E che cosa fa un sindaco per far ripartire il suo paese? «Prova ad usare il buonsenso. Mantiene un atteggiamento composto, serio, e lo fa con tutti. E poi pensa che, in fondo, nella scuola materna gli alunni sono raddoppiati. E quindi non si può che essere ottimisti e sperare che prima o poi tutto finirà».

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lunedì 9 novembre 2009

Via Poma: Raniero Busco, fidanzato di Simonetta, rinviato a giudizio


ROMA (9 novembre) - Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, è stato rinviato a giudizio dal gup Maddalena Cipriani per il delitto di via Poma. Il gup ha accolto le richieste del pubblico ministero Ilaria Calò, dopo averne ascoltato l'intervento, che è stato seguito da quelli dell'avvocato di parte civile Lucio Molinaro e del difensore Paolo Loria. Il processo comincerà il 3 febbraio prossimo davanti ai giudici della Terza corte d'Assise. Busco, che oggi è sposato e ha due figlie, lavora come meccanico presso l'aeroporto di Fiumicino.

Simonetta Cesaroni venne uccisa con 29 colpi di tagliacarte il 7 agosto del 1990, nella sede dell'Associazione italiana alberghi della gioventù in via Carlo Poma. Per anni le indagini non avevano portato ad alcun esito. Ma nel 2007 il pubblico ministero Roberto Cavallone soffermò la sua attenzione su Raniero Busco esaminando una sua intervista alla Rai mai trasmessa. Nel corso delle indagini del pubblico ministero vennero svolte indagini genetiche affidate al maggiore Marco Pizzamiglio, al tenente colonnello Luciano Garofano e al professor Vincenzo Pascali. Gli accertamenti sulla macchia di sangue rilevata su una porta dell'ufficio di via Poma non permisero di confermare o escludere la presenza di materiale genetico di Busco in questa traccia di sangue. Ulteriori elementi d'accusa sono sorti dall'esame del reggiseno che la Cesaroni indossava al momento del fatto, reggiseno sul quale sono state trovate tracce di saliva corrispondente al dna di Busco. Ma un elemento decisivo per convincere che Busco poteva essere l'assassino della Cesaroni è venuto dalla comparazione di un morso rilevato sul seno sinistro della vittima con la fotografia dell'arco dentale superiore dell'ex fidanzato.

«Busco è stato incastrato», afferma l'avvocato Paolo Loria, esprimendo «estrema delusione. Il rinvio a giudizio di oggi - aggiunge il penalista - è dovuto a quella traccia di saliva che è stata trovata sul corpetto della Cesaroni. In aula dimostreremo che non ci sono prove a carico di Busco, ma solo quella traccia che potrebbe essere frutto di una contaminazione fra reperti. Faremo emergere le contraddizioni di cui è piena questa vicenda. Il pm ha sostenuto la sua tesi accusatoria, ma ha presentato solo delle mezze prove. Pensavamo non ci fossero elementi evidenti per arrivare al rinvio a giudizio. Le argomentazioni del pm non sono convincenti: c'è stata una interpretazione possibilista sul sangue commisto e sul morso».

L'avvocato Lucio Molinaro, legale di parte civile della famiglia Cesaroni ha mostrato soddisfazione, sottolineando che «la parte civile non può non essere appagata da questa conclusione. Il rapporto dei due era ormai esasperato dalle troppe liti e uno dei due alla fine ha ceduto. È un fatto noto che i rapporti tra i due non fossero idilliaci. Da parte di Simonetta c'erano lamentele e risentimento per essere trascurata, da parte di lui una indifferenza giovanile». Secondo il penalista «risulta anche dai diari della Cesaroni». La morte è stata una conclusione inaspettata dopo un tentativo di chiarimento, avvenuto il giorno della morte.

Busco non era presente in aula. Hanno invece presenziato all'udienza, stando però fuori dall'aula, un gruppo di abitanti di Morena, dove abita l'imputato, sostenitori dell'innocenza di Busco, che hanno espresso in maniera composta il loro malcontento per la decisione del gup.

Il Messaggero 9 novembre 2009

Via Poma, i 19 anni di caccia al colpevole


7 agosto 1990
In via Poma, nell'ufficio dell'Associazione alberghi della gioventù, viene uccisa Simonetta Cesaroni. Il cadavere viene trovato grazie all'insistenza della sorella Paola, preoccupata per il suo ritardo. Simonetta è nuda, ma non ha subito violenza carnale. Il cadavere è stato trafitto con 29 colpi di tagliacarte, vibrati su quasi tutte le parti del corpo.

10 agosto 1990
Fermato Pietrino Vanacore, uno dei portieri dello stabile di via Poma, che sarà scarcerato il 30 agosto.

8 ottobre 1990
Consegnati i risultati dell'autopsia. Il corpo ha una lesione ad un'arcata sopracciliare e diverse ecchimosi. La morte, avvenuta tra le 18 e le 18,30, è dovuta alle coltellate, vibrate sul corpo senza vestiti.

16 novembre 1990
Il pm Catalani chiede l'archiviazione della posizione di Salvatore Volponi, datore di lavoro di Simonetta.

26 aprile 1991
Il gip Giuseppe Pizzuti accoglie la richiesta di Catalani e archivia gli atti riguardanti Pietrino Vanacore e altre cinque persone. Il fascicolo resta aperto contro ignoti.

3 aprile 1992
Avviso di garanzia a Federico Valle, nipote dell'architetto Cesare Valle, che abita nel palazzo di via Poma e che la notte del delitto ha ospitato Vanacore. Valle è coinvolto dalle dichiarazioni dell'austriaco Roland Voller.

16 giugno 1993
Il gip Antonio Cappiello proscioglie Valle per non aver commesso il fatto e Vanacore perchè il fatto non sussiste.

30 gennaio 1995
Escono di scena definitivamente Valle e Vanacore: la Cassazione conferma la decisione della Corte d'appello di non rinviare a giudizio i due indiziati.

12 gennaio 2007
La trasmissione Matrix rivela che dalle analisi del Ris di Parma sarebbe emerso che il dna trovato sugli indumenti di Simonetta è dell'ex fidanzato Raniero Busco. Simonetta inoltre non sarebbe morta alle 18, ma alle 16. Il pm Cavallone decide di querelare Mentana per le rivelazioni.

6 settembre 2007
Busco è iscritto dalla procura di Roma sul registro degli indagati per omicidio volontario.

28 maggio 2009
La procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di Raniero Busco.

Il Messaggero 9 novembre 2009

giovedì 5 novembre 2009

Garlasco:Nuova ipotesi su arma, "forbici da sarto"


Durata aggressione a Chiara circoscritta a circa venti minuti

Vigevano (Pavia), 4 nov. (Apcom) - Una piccola piccozza, un oggetto da giardinaggio, uno scioglinodi da marinaio, molto più probabilmente un martello, ma forse anche un paio di grosse forbici da sarto. È questa l'ultima delle tante ipotesi sull'arma usata dal killer di Chiara Poggi il 13 agosto 2007 a Garlasco. A farla emergere, per la prima volta, è una relazione depositata a settembre dai consulenti della Procura Marco Ballardini e Giovanni Pierucci, in replica alla perizia medico-legale. Per gli esperti super partes, sentiti oggi in aula nel processo con rito abbreviato a carico di Alberto Stasi, sono però maggiori le possibilità che Chiara sia stata uccisa con "un martello da muratore". Resta il fatto che, a oltre due anni dall'omicidio, il ventaglio delle ipotesi sull'arma del delitto, mai trovata, invece di ridursi si allarga.

Subito dopo l'omicidio Ballardini, autore dell'autopsia, aveva fatto riferimento a "un oggetto contundente con una stretta superfice battente con uno spigolo molto netto e una punta". Dopo il 30 aprile 2009, quando il gup Stefano Vitelli ha chiesto un supplemento di indagini e incaricato i propri periti, al medico legale della prima ora la Procura ha affiancato un consulente di primo piano, Pierucci, già direttore dell'Istituto di medicina legale dell'università di Pavia. È dunque anche sua la firma sotto la relazione che aggiunge le forbici alla lista delle possibili armi del delitto. Una novità che però oggi non ha convinto i periti dell'università di Torino, Lorenzo Varetto, Fabio Robino e Fabrizio Bisson, più propensi a sostenere l'ipotesi del martello e fermi nel dilatare l'ora del delitto tra le 7 e le 12.30. L'udienza di oggi, dedicata alla perizia medico-legale, in realtà è iniziata con un approfondimento ancora relativo a quella informatica. È stato stabilito infatti che sei delle sette telefonate a vuoto dal cellulare di Stasi su quello di Chiara la mattina del delitto sono frutto della mancanza di copertura di rete in quel minuto. Subito dopo si è passati alla discussione dei tempi e sulla dinamica dell'omicidio. "Un'aggressione in due fasi" durata "anche decine di minuti" era scritto nella perizia.

La finestra temporale è stata però oggi circoscritta a una ventina di minuti. Quanto infine alla traccia di dna di Chiara sul pedale della bicicletta di Stasi, i periti hanno risposto che si tratta, più probabilmente, di quanto lasciato da tessuto biologico più che da materiale fluido come il muco nasale. Da qui si ripartirà nella prossima udienza, fissata per martedì 10 novembre.
apcom 20:40 - CRONACA- 04 NOV 2009

lunedì 2 novembre 2009

Perugia, Meredith: 'Una telefonata scagiona Amanda'

"In quella telefonata Rudy Guede lo dice chiaramente: 'Amanda non c'entra nullà". In un'intervista a 'Gente', Chris Mellas, padre acquisito di Amanda Knox si dice certo che la decisione dei giudici di acquisire agli atti una telefonata fatta da Guede sia un un elemento determinante

La telefonata, registrata dalla polizia negli uffici della Questura, venne fatta da un amico a Guede, quando questi era in fuga, in Germania, pochi giorni dopo il delitto. "In quella conversazione - dice Mellas - Guede pronuncia le uniche parole di verità che abbia mai detto. E cioè che Amanda non c'entra nulla". Il padre acquisito della ragazza commenta poi la decisione dei giudici di respingere la richiesta, da parte della difesa di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, di fare svolgere nuove perizie. "Si vede - afferma - che hanno ormai chiaro il quadro della situazione; quel che è certo è che Amanda è stata contenta di questa decisione. Le nuove perizie avrebbero significato allungare il processo di altri mesi", conclude Mellas, ricordando che Amanda e Raffaele sono in carcere preventivo da due anni. "Amanda - dice - vuole che al più presto vengano pronunciate le parole che aspetta da tempo di sentire: 'non colpevole"'.

La Nuova Sardegna Lunedì 02 novembre 2009 09.13

GARLASCO, AMICA DI CHIARA: "CON STASI VERO AMORE"


«Ci vedevamo tutti i giorni, mi sembrava serena e innamorata. La storia con Alberto Stasi aveva alti e bassi come in tutte le coppie, mai avuto sentore che avessero problemi, tutt'altro. Credo che Chiara sognasse un futuro con lui, una famiglia. Non faceva che ripetermi: 'L'amore ce l'ho, adesso mi devo concentrare sul lavorò». Lo ha detto in un'intervista a 'Gentè in edicola domani Maristella Gabetta, l'amica del cuore di Chiara Poggi uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. «Se sia Alberto il colpevole? - ha aggiunto - Confido nella procura di Vigevano». «La procura ha la mia fiducia totale - ha detto - Come tutta Garlasco aspetto la sentenza e credo con convinzione nella giustizia. Oggi sono sicura di una cosa sola: il susseguirsi delle perizie è la punta dell'iceberg di un'indagine complessa, di cui non conosciamo che pochi elementi». Chiara era «una ragazza semplice e limpida, amava i gatti e la montagna», ha raccontato. «Lei aveva 16 anni, io 8, quando diventammo vicine di casa, ma la differenza di età non pesò mai tra di noi», ha concluso.

leggo online 2 novembre 2009

VIAGGI

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