Visualizzazione post con etichetta simonetta cesaroni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta simonetta cesaroni. Mostra tutti i post

lunedì 5 dicembre 2011

Nuova maxi-perizia per il delitto Cesaroni

Secondo la Corte gli esperti dovranno «esprimere le loro valutazioni in merito alle contrastanti prospettazioni dei consulenti del pubblico ministero e delle parti private»


Carlo Previderè e Paolo Fattorini, due dei tre periti (Foto Ansa) 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Carlo Previderè e Paolo Fattorini, due dei tre periti (Foto Ansa)
 
ROMA - Orario e cause della morte, natura delle lesioni sul seno di Simonetta, modalità di conservazione dei reperti. Su questo dovrà esprimersi la maxiperizia affidata lunedì dalla Corte d'Assise d'Appello di Roma davanti alla quale si celebra il processo per la morte di Simonetta Cesaroni, uccisa il 7 agosto del 1990 a Roma. SI COMINCIA IL 20 DICEMBRE - I tre periti, Carlo Previterè, Paolo Fattorini e Corrado Cipolla, dovranno «esprimere le loro valutazioni - è quanto richiesto dalla corte - in merito alle contrastanti prospettazioni dei consulenti del pubblico ministero e delle parti private, con particolare riguardo all'orario della morte, alle cause e ai mezzi che l'anno prodotta, alla natura e all'epoca di determinazioni delle lesioni riportate dalla vittima sul seno sinistro e in regione sterno claveare, nonchè‚ alle modalità di conservazione dei reperti utilizzati per le analisi genetiche e alla attribuibilità delle relative tracce».

lunedì 12 aprile 2010

Delitto di via Poma: il grande imbarazzo del datore di lavoro di Simonetta Cesaroni Salvatore Volponi

fonte:http://oknotizie.virgilio.it/info/51651a31a7bfc01e/delitto_di_via_poma_il_grande_imbarazzo_del_datore_di_lavoro_di_simonetta_cesaroni_salvatore_volponi_-_2_.html


Il processo a Raniero Busco probabilmente è il frutto di pressioni esterne affinchè si facesse un processo che dimostrasse che il caso di Simoneta Cesaroni riguardava soltanto suoi rapporti personali e che solo casualmente il delitto avvenne all’interno di uffici in uso al Sisde, secondo la tesi contenuta nel libro di Salavatore Volponi "Io Simonetta e........", edito dallo stesso Sisde

Senonchè l'inmiziativa si è rivelata un autogol perchè il processo sta evidenziando ancora di più le responsabilità dei funzionari del Sisde in quel delitto.

Tanti erano già prima i tasselli che legavano il delitto al Servizio Segreto Civile molto ben condensati in un'interrogazione parlamentare che presentò il deputato leghista Erminio Boso nel 1996.

Questi vigente il primo governo Prodi in un' interrogazione presentata al Presidente del Consiglio e ai ministri dell' Interno e della Giustizia nel 1996 ripercorreva una serie infinita di vicende legate al delitto del 7 agosto del ' 90, all'austriaco Roland Voller, arrestato per depistaggio, alle attivita' di societa' di copertura del Sisde, allo scandalo dei fondi neri degli stessi servizi segreti culminato con gli arresti di Maurizio Broccoletti Michele Finocchi Riccardo Malpica, Rosa Soprrentino, Antonio Galati, Gerardo De Pascale e di altri funzionari del Servizio. L' interrogazione manifestava il sospetto, che l' inchiesta sull' omicidio di via Poma era stata pesantemente condizionata da manovre e depistaggi. Messi in atto – come confessò il commissario del Falminio Antonio Del Grande - dal capo della Polizia Vincenzo Parisi e da suo genero il vicequestore Sergio Costa.

Secondo il parlamentare tal Rudolf Voller, un pregiudicato austriaco grande accusatore di Federico Valle, uno studente universitario ingiustamente accusato del delitto "aveva in uso un telefono cellulare intestato al ministero dell' Interno". Lo stesso austriaco aveva in uso una cassetta di sicurezza nel caveau della Bnl di via Bissolati "ottenuta grazie a una lettera di raccomandazione su carta intestata della Questura di Roma firmata dal commissario Antonio Del Greco, all' epoca dei fatti dirigente della V sezione della Squadra mobile romana impegnata, su delega del pm Pietro Catalani, nelle indagini sull' omicidio di Simonetta Cesaroni". Il senatore leghista nell' interrogazione sosteneva che Voller "custodiva fra le altre carte nella sua cassetta di sicurezza una fascetta del tipo utilizzato per avvolgere le banconote con un numero di serie non emesso dalla Banca d' Italia e quindi proveniente, probabilmente, da fondi riservati gestiti dal ministero dell' Interno". Insomma, l' austriaco, un noto truffatore, era stipendiato dal Sisde (e secondo il commissario Del Grande era anche socio in affari dell'ex capo della polizia Parisi).

Boso poi accennava a tentativi di Sergio Costa, genero del defunto ex capo della polizia Vincenzo Parisi, di "indirizzare la pista investigativa verso l' ex portiere dello stabile, Pietrino Vanacore". . Il parlamentare sottolineava poi il primo esame, disposto da Catalani, sul computer sul quale stava lavorando Simonetta quando e' stata uccisa e che e' stato eseguito dall' ingegner Stefano Carucci: Boso ricordava che il professionista "faceva parte della societa' Insirio Spa, in cui figurano, tra gli altri, personaggi direttamente collegabili al Sisde e alla societa' Immobiliare Gradoli Spa, la quale ha gestito gran parte degli appartamenti del palazzo di via Gradoli 96 dove, il 18 aprile del 1978, durante il sequestro dell' onorevole Aldo Moro, venne scoperto un covo delle Brigate Rosse". Ancora. il parlamentare voleva sapere per quale motivo Catalani non aveva interrogato il proprietario dell' appartamento nel quale fu ammazzata Simonetta, Manlio Indaco Giammona, secondo lui "abitante nello stesso palazzo in cui si trovavano alcuni appartamenti di proprieta' di una societa' di copertura del Sisde, la Servo Immobiliare".

Ma a tutti questi tasselli questo dibattimento ne aggiunge un altro. Salvatore Volponi, il datore di lavoro di Simonetta Cesaroni il giorno del delito e nel corso dell'indagine, ha detto un mare di bugie.

Non conosceva l’ufficio, non conosceva il numero di telefono, non conosceva cosa Simonetta facesse in quell’ufficio. Dall’esame di tutti gli altri testi è risultato invece esattamente il contrario. Sapeva il numero di telefono tanto vero che varie volte telefonò per parlare con Simonetta. Sapeva dov’era l’ufficio, tanto vero che il primo giorno venne personalmente lui per presentarla agli altri impiegati dell’Ufficio. Invece la sera del delitto sosteneva di non sapere alcunchè col chiaro intento di ritardare i tempi allo scopo di favorire la rimozione del cadavere da parte di altri del suo stesso gruppo o del gruppo del Sisde che egli intendeva tradire.

Ormai è chiaro che Salvatore Volponi strumentalizzò Simonetta Cesaroni, chiedendole di fare escursioni non autorizzate sui computer del Sisde, esponendola a rischi altissimi che l’hanno portata a subire quella tragica fine.

E si è compreso anche che Simonetta Cesaroni fu assunta solo un mese prima il 1° luglio 1990 su iniziativa del presidente Francesco Caracciolo Di Sarno d’intesa con Salvatore Volponi proprio con l’intento specifico di mandarla a lavorare da sola il pomeriggio in quell’Ufficio dei Servizi Segreti quando non c’era più nessuno, per estrapolare questo materiale riservato. Che evidentemente serviva ad una altra fazione del Sisde oppure a terzi estranei al Servizio Segreto.

Si parla in più di un sito della rete che Simonetta Cesaroni era stata incaricata in particolare di individuare una lista di nomi che avrebbe dovuto scaricare e consegnare a una persona che quello stesso pomeriggio doveva passare a ritirarla. Che cosa sia poi successo non si sa. Ma si immagina. Qualcuno di coloro in danno dei quali era stata concepita l’operazione, è arrivato prima.

Molte cose potrebbero essere chiarite da Salvatore Volponi ma questi pare che sia caduto in uno stato depressivo di tale portata da non consentirgli la partecipazione al processo. Questo stato depressivo si è accentuato dopo che ha verificato che coloro contro i quali egli ha tramato nel 1990 sono ancora in grado di ammazzare chi vogliono loro (vedi caso Vanacore) e trovano ancora Magistrati che esaminano il caso come suicidio.

Volponi ha chiesto tramite un avvocato che la sua deposizione sia calendarizzata al termine del dibattimento dopo quella di tutti gli altri.

E’ la prima volta – credo - che un testimone chieda formalmente lui di stabilire l’ordine di escussione dei testimoni autoponendosi in fondo alla lista allo scopo di potersi regolare in base a quanto dicono tutti gli altri. Siamo alla frutta! Peraltro qui c’è poco da regolarsi. Ormai è chiaro che il libro e le deposizioni di Volponi sono l’ennesimo tentativo di depistare le indagini per riversare su un estraneo (Raniero Busco) un delitto ingiustificatamente commesso da qualcuno del Sisde per le lotte intestine che avvennero in seno al Sisde nel 1990 per tutte le illiceità che nel Sisde in quel tempo si andavano consumando o si andavano preparando (stragi comprese). Attività tutte rimaste impunite solo perché targate Sisde.

Che vergogna !

Artemide 2. fine

martedì 9 marzo 2010

Suicidio Pietrino Vanacore:il giallo di via Poma si riapre


Il suicidio di Pietro Vanacore riapre il mistero sul delitto di via Poma
Si uccide Vanacore, il portiere del delitto Cesaroni. (Foto di archivio Ansa)

9 marzo 2010
Si uccide Vanacore, il portiere del delitto Cesaroni. (Foto di archivio Ansa)
"Dai nostri archivi"
Vent'anni sotto i riflettori, dai sospetti al prosciglimento

Si è suicidato Pietrino Vanacore, l'ex portiere dello stabile di via Poma nel quale fu trovato il corpo di Simonetta Cesaroni. Vanacore si è gettato in acqua in località Torre Ovo, vicino Torricella, in provincia di Taranto, dove risiedeva da anni.

L'addio in due messaggi
Vanacore ha lasciato due messaggi scritti con un pennarello per spiegare con poche parole perché aveva deciso di farla finita: questa mattina è arrivato in auto alla marina di Torricella e prima di lasciarsi annegare ha preso due cartoncini con la stessa scritta «venti anni di sofferenza e sospetti portano al suicidio» sistemandoli uno sul parabrezza e l'altro sul lunotto posteriore della sua vecchia Citroen. Poi si è tolto il giubbotto e ha fissato il capo di una fune ad un albero vicino al mare e l'altro alla caviglia. Così si è lasciato andare in mare annegando. Nessuno ha assistito alla scena, dicono gli investigatori. Ad accorgersi dell'accaduto sono stati due amici che hanno visto la fune e quindi il cadavere, e hanno avvisato i carabinieri.

Retroscena e tappe di una vicenda ancora da chiarire
Pietrino Vanacore avrebbe dovuto deporre venerdì prossimo al processo sull'omicidio di Simonetta Cesaroni che vede ora imputato l'allora fidanzato, Raniero Busco, e nuovamente i suoi occhi di ghiaccio sarebbero stati al centro di domande, supposizioni o, come per anni hanno sostenuto gli inquirenti dell'epoca, «di verità nascoste». Da vent'anni, infatti, il dubbio dominante, è stato quello che lui sia stato quella sera sulla scena del delitto. Si, perché, nonostante fosse stato scagionato definitivamente dalla Cassazione nel '95 dalle trame dell'inchiesta, un filo invisibile e sottile lo ha sempre tenuto legato alla morte di quella ragazza, massacrata con 30 colpi di tagliacarte in una delle stanze dell'ufficio dove lavorava come segretaria.

Un personaggio controverso, Vanacore. Al centro anche di un'altra vicenda giudiziaria, terribile, che lo vide sospettato di abusi in famiglia. Le due figlie lo accusarono di molestie sessuali ripetute. Ma anche in questo caso la legge lo dichiarò non colpevole. Un uomo di poche parole, sempre freddo e controllato. Un uomo che confidava che «prima o poi Dio lo avrebbe tirato fuori dai guai».

Il 10 agosto del 1990, tre giorni dopo il delitto di Simonetta, il portiere diventò il sospettato numero uno dell'inchiesta: fu arrestato con l'accusa di omicidio, anche se il sospetto concreto era che in realtà conoscesse e coprisse il vero assassino. Ma quella sera di agosto del '90 dopo un lungo interrogatorio negli uffici della squadra mobile della questura di Roma, si aprirono per lui le porte del carcere, dove rimase per 20 giorni. Agli investigatori dell'epoca racconta che all'ora dell'omicidio si trovava in un appartamento ad innaffiare fiori, ma nessuno fu in grado di confermare l'alibi.


Vent'anni fra processi, dubbi, proscioglimenti
Alcune macchie poi, trovate sui suoi pantaloni, e che gli inquirenti sospettarono essere il sangue di Simonetta, aggravarono la sua posizione al punto che si ritenne il caso ormai prossimo alla conclusione, ma il test del Dna rimise tutto in discussione. E il 16 giugno 1993 venne prosciolto dal gip Cappiello perché «il fatto non sussiste». La decisione divenne definitiva nel 1995 dopo il ricorso in Cassazione. Ed è proprio dopo questa decisione e l'uscita di scena dalle indagini che Vanacore decise di lasciare Roma e tornare nella sua terra, la Puglia. Ma non fu esattamente così. Di fatto dalla scena di quel delitto non ne uscì mai. Anzi, ne è uscito solo oggi.

Nel 2008, ancora una volta, gli inquirenti della procura di Roma chiamarono in causa Vanacore con la certezza che sapeva qualcosa e che aveva avuto particolari ragioni per non parlarne, non escludendo l'ipotesi che possa essere stata la persona che pulì il luogo del delitto prima della scoperta del cadavere. E la nuova iniziativa penale, culminata in una nuova iscrizione dell'ex custode dello stabile di via Poma nel registro degli indagati con l'accusa di favoreggiamento, era scaturita dalla necessità di recuperare un'agendina nella quale gli inquirenti speravano di trovare elementi utili. Da qui una perquisizione, il 20 ottobre 2008, nella casa di Vanacore a Monacizzo, dove si era stabilito con la moglie, Giuseppina. Gli accertamenti non diedero gli effetti auspicati ed il nuovo capitolo fu chiuso con la richiesta di archiviazione.

Ma, sussurrano oggi alcuni inquirenti, «bisognerebbe non dimenticare alcune bugie dette da Vanacore e non chiarite completamente come quella del testimone che lo avrebbe visto annaffiare le piante o l'affermazione di aver visto il giorno dell'omicidio di Simonetta, un architetto che in realtà si trovava in vacanza in Tunisia, uscire da via Poma con un fagotto
sotto braccio». Bugie o ricordi confusi che da oggi saranno per sempre sepolte insieme agli enigmatici occhi dell'ex portiere della palazzina B di via Poma.

Il delitto. Simonetta Cesaroni fu trovata morta nel complesso di via Poma di cui Pietrino Vanacore era portiere, il 7 agosto 1990. Il 26 maggio del 2009 la Procura di Roma aveva deciso di archiviare l'ultima indagine su Vanacore rispetto al suo presunto coinvolgimento nella vicenda. Gli accertamenti, aperti nel solco dell'inchiesta per la quale la Procura di Roma ha chiesto poi il rinvio a giudizio di Raniero Busco, che all'epoca dei fatti aveva una relazione sentimentale con la Cesaroni, avevano portato nell'ottobre del 2008 ad una perquisizione nell'abitazione di Vanacore, in Puglia, dove l'anziano risiedeva da tempo con la moglie.
Il 20 aprile del 2009 il legale di Vanacore aveva dichiarato: «Vanacore ha sofferto per la pressione mediatica sfociata nel mancato rispetto della privacy. Ha cercato di dimenticare, ma il periodico aggiornamento della vicenda ha riaperto la ferita. Lui ha sempre detto che il più bel giorno della sua vita sarà quando il caso sarà risolto».

Il processo va avanti, udienza il 12 marzo
Il processo per i fatti del 7 agosto 1990, ovvero per l'omicidio di Simonetta Cesaroni, proseguirà regolarmente il 12 marzo prossimo con le audizioni, tra gli altri, dell'ex datore di lavoro di Simonetta, Salvatore Volponi, e del figlio Mario. Tra i testi citati per quell'udienza c'è anche il figlio di Pietrino Vanacore, Luca.

Luca Vanacore: «Mio padre è stato condannato senza processo»
«Mio padre è stato condannato senza un processo. Lo hanno distrutto, lo hanno fatto a pezzi». È amareggiato Mario Vanacore, figlio di Pietrino, l'ex portiere dello stabile romano di via Poma - teatro dell'omicidio di Simonetta Cesaroni - che oggi è stato trovato morto suicida in provincia di Taranto. «Sono passati vent'anni, eppure tutte le volte che si è parlato della mia famiglia è stato solo per massacrarci», ha ribadito Mario Vanacore ad alcuni giornalisti che lo hanno interpellato. «Hanno reso la vita di mio padre un inferno», rincara la dose l'uomo, che vive a Torino e fa il portiere in uno stabile dell'elegante quartiere della Crocetta.

L'avvocato della famiglia Cesaroni: «Perché non ha mai dato risposte?»
«Se è vero che Vanacore ha dichiarato insofferenza e dolore significa - ha dichiarato l'avvocato della famiglia di Simonetta Cesaroni, Lucio Molinaro - che è stato lui a chiudersi in se stesso. Se voleva poteva liberarsi da questo tormento invece ha preferito non rispondere. L'esito di questo atto drammatico - ha aggiunto Molinaro - non può essere collegabile a noi e lo stesso vale anche per i Pm che hanno investigato».

il sole 24ore 9 marzo 2010

domenica 15 novembre 2009

Avvocato si uccide a via Poma,un palazzo di delitti e misteri


Arriva la polizia e i condomini pensano che sia ancora per Simonetta
Quel palazzo Anni Trenta tra delitti e misteri
di RAFFAELLA TROILI


Di nuovo le volanti a via Poma 4, parcheggiate di corsa, vicino all’entrata. E gente che grida o piange in silenzio, portoni sbarrati, ambulanze, vigili del fuoco, sirene. «E ora, che altro è successo?», esclamano i condomini. C’è un uomo, un noto avvocato, che si è ucciso nel suo studio, ma la gente pensa ancora a lei, a Simonetta Cesaroni, al processo riaperto in questi giorni, «forse sono qui per cercare nuovi indizi e testimoni». Quasi vent’anni dopo, poco probabile. Invece un altro fattaccio è appena avvenuto tra le mura dell’ormai noto stabile Anni Trenta con il cortile al centro e la fontana circondata da sei palazzine. Quartiere Delle Vittorie, a pochi metri da piazza Mazzini.
Se nel ’90 - era il 7 agosto, Roma era calda e deserta - Simonetta tentò di difendersi come potè, perché era giovane, bella e voleva vivere, ieri l’affermato avvocato cinquantenne non è riuscito a fuggire dal suo personale momento di disperazione. Se allora, sempre nel ’90, Simonetta scappò impaurita in un’altra stanza dell’appartamento, ma venne immobilizzata, sbattuta a terra e colpita 29 volte con un tagliacarte, ieri il noto penalista si è seduto lentamente al suo posto, ha scritto una lettera e scelto di morire perché a volte la vita appare peggio della morte.
Di nuovo in via Poma, stavolta nella palazzina di fronte a quella dove dal primo luglio del ’90 Simonetta lavorava, due pomeriggi a settimana, nella sede dell’Aiag, III piano, interno 7, scala B. Ma al piano terra, in uno dei tanti studi legali del complesso e del quartiere. «Non è un palazzo maledetto, è che siamo tanti, ci sono settantadue uffici», dice un’elegante signora. E una giovane donna, che rientra col suo cane: «Non se ne può più, in questo condominio...», sussurra angustiata.
Non è un mistero, non è un giallo, stavolta. Nessuna similitudine, nessun parallelo, se non che siamo di nuovo in via Poma non in una via qualunque e la gente si ferma più incuriosita del solito pensando a un ennesimo sopralluogo. Risale all’84 il primo delitto: scala E, I piano, via Poma 4. Renata Moscatelli, 68 anni, nubile, figlia di un ex generale dei carabinieri viene trucidata. E’ il 24 ottobre, a trovarla cadavere nel suo appartamento è la sorella. Ha il pomo d’Adamo rotto, la fronte lacerata. Si è trascinata in camera da letto dal soggiorno, forse per arrivare al telefono. Nessun ipotesi, nessun movente, mai trovato alcun segno di scasso, la sua morte resta un mistero. Lascia un mistero dietro di sè anche l’avvocato, però: in tanti ieri, quanti l’hanno amato e come sempre accade, stavano a chiedersi in lacrime il perché del suo gesto.

di MARCO DE RISI

Un colpo di pistola alla tempia destra. Si è tolto la vita così, seduto nel suo studio in via Poma, un noto avvocato penalista di 50 anni, patrocinante in Cassazione. E’ stato trovato riverso sulla scrivania, la testa immersa nel sangue. A terra la pistola che deteneva regolarmente, una calibro 9. Sulla scrivania un cellulare e una lettera di addio e di scuse. Il legale era tornato nello studio dopo aver assistito ad alcuni interrogatori di suoi clienti.
Il suicidio si è verificato nello stesso condominio dove è stata uccisa Simonetta Cesaroni. A trovare il cadavere dell’avvocato, nel suo studio al piano terreno, sono stati i vigili del fuoco che per entrare hanno dovuto forzare la porta. A chiamare i pompieri, verso le due del pomeriggio, era stata la suocera preoccupata dopo che il legale per ore non aveva risposto al cellulare. Aveva provato a telefonargli anche il figlio, un bambino di 11 anni.
Ai primi soccorritori è apparso subito chiaro che ormai non c’era più nulla da fare. L’avvocato, probabilmente in mattinata, s’era seduto alla scrivania, aveva scritto la lettera di addio. Poi ha impugnato la sua Beretta calibro 9 e dopo avere appoggiato la canna alla tempia ha premuto il grilletto. A via Poma, proprio nello stabile del “giallo” ora tornato alla ribalta con il rinvio a giudizio dell’ex fidanzato di Simonetta, sono nuovamente apparse le “volanti” del 113 e le auto del commissariato “Prati”. E’ iniziato un lungo sopralluogo per verificare che si trattasse effettivamente di suicidio. Dai primi rilievi della polizia scientifica, pare non ci siano dubbi. La posizione del corpo, le tracce di sangue, il punto in cui è stata trovata la pistola non lascerebbero spazio ad altre indagini. L’avvocato lascia il figlio piccolo e la moglie avvocato da cui era separato da un anno. Le cause del gesto sono probabilmente racchiuse nella lettera presa in consegna dalla scientifica insieme alla pistola e al cellulare del professionista. Alcuni parenti accorsi a via Poma hanno raccontato di non aspettarsi un gesto simile. L’avvocato era un professionista serio e stimato, dagli amici descritto come persona piena di umanità e buon padre. Era stato il difensore di uno degli indagati e condannati per la truffa alle “Coop Casa Lazio” e aveva difeso anche i presunti assassini di Rosanna Iannaccone, uccisa a Torpignattara a colpi di pistola in faccia in un regolamento di conti del crimine organizzato.
Il Messaggero 15 novembre 2009

venerdì 25 settembre 2009

VIA POMA, PARLA IL FIDANZATO DI SIMONETTA: "CHI SA, PARLI"

Via Poma, "si continui a indagare"
Ex fidanzato vittima: "Chi sa parli"

Indicato dal 2007 come il presunto assassino dell’ex fidanzata Simonetta Cesaroni, Raniero Busco ha deciso di raccontare la sua verità sul giallo passato alle cronache come il delitto di via Poma. "Accordi, bugie, depistaggi. E ricatti. Questo c'è dietro la morte di Simonetta - rivela Busco - . "Per anni sono rimasto in silenzio, ma ora basta". Il processo riprenderà il 19 ottobre.
(Simonetta Cesaroni -lapresse)

"Non sono andato in aula. Non ho voluto ascoltare chi ha trasformato la mia vita in un inferno. Chi ha voluto rubare la mia serenità con un'accusa infame", racconta Busco sul prossimo numero del settimanale "Vivo".

La ragazza venne uccisa il 7 agosto 1990. Si indaga sul portiere dello stabile, scagionato dalle accuse dopo un mese. Gli investigatori si concentrano allora su un nipote di un inquilino del palazzo e successivamente sul datore di lavoro di Simonetta. Nessuno viene rinviato a giudizio. I protagonisti della vicenda, a vario titolo, entrano ed escono più volte di scena.

Nel 2007 una nuova perizia indica in Raniero Busco un nuovo indagato: gli esperti trovano il suo Dna sulle tracce di saliva sul reggiseno di Simonetta.

"Chi ha mandato Simonetta in via Poma quel martedì? C’era già stata il venerdì precedente in quell’ufficio, ed era pagata per lavorare due giorni la settimana, il martedì e il giovedì. Perché va ancora in via Poma se c’era già stata il venerdì prima? Perché hanno sempre cercato di non lasciarla da sola in quell’ufficio? Qualcuno ha ricevuto due telefonate la sera dell’omicidio: chi le ha fatte? E chi cercavano? E perché?", sono le domande che si pone Busco che chiede a chi sa di parlare.

"Ci vuole coraggio a dire la verità. E i vigliacchi non parlano. E, forse, chi sa non ha solo paura di un’accusa di favoreggiamento. Quella è ormai prescritta. Potrebbe esserci dell’altro.... Il nome di chi l’ha uccisa è negli atti. Basta cercare. Voler capire al di là di quelle che sono le battaglie di consulenti e periti", spiega l'ex fidanzato della vittima.

Per Busco ci sono persone che avrebbero volutamente condizionare le indagini con testimonianze e ricostruzioni confuse. Ma ormai è tardi perché molte vicende processuali sono state archiviate. "Non può chiudersi con me questo delitto - racconta Busco al settimanale - Perché Simonetta merita giustizia".

Udienza rinviata
E' stato rinviato al 19 ottobre il procedimento relativo all'esame della richiesta di rinvio a giudizio di Raniero Busco per l'omicidio di via Poma. Il gup Maddalena Cipriani ha posticipato l'udienza affinché possano essere sentiti tutti i periti e consulenti che si sono occupati della vicenda. Nel dettaglio verranno convocati tutti gli esperti che si sono occupati degli accertamenti sul morso trovato su un seno di Simonetta.
TGCOM 25 SETTEMBRE 2009

giovedì 11 giugno 2009

DELITTO VIA POMA, IL MISTERO DELLE "INDAGINI PILOTATE DALL'ALTO"

http://www.rainews24.it/ran24/immagini/viaPoma_funerali.jpg
foto della scintifica

dal sito www.paolofranceschetti.blogspot.com

Un articolo del quotidiano La Nazione, pubblicato domenica 4 febbraio 1996, riporta la deposizione di un commissario di polizia che parla di pressioni, depistaggi e indagini pilotate dall’alto, oltre al coinvolgimento dei soliti servizi segreti.

Il racconto di un commissario: “L’indagine su via Poma è stata pilotata dall’alto”, di Giorgio Zicari
ROMA – La fitta nebbia che ha impedito fino ad oggi di far luce sull’assassinio di Simonetta Cesaroni, la ragazza trovata uccisa in un ufficio di via Poma 2, il 7 agosto 1990, si va diradando. Una svolta clamorosa si è registrata in questi giorni con l’interrogatorio del commissario Antonio Del Greco, ad opera del procuratore aggiunto Italo Ormanni e del sostituto Cesare Martellino. Si tratta del funzionario di polizia che svolse le prime indagini coordinate dall’allora capo della squadra mobile, dottor Nicola Cavaliere. Antonio Del Greco è stata invitato a spiegare perché alcuni documenti utili alle indagini sul delitto di via Poma si trovassero in una cassetta di sicurezza in uso al pregiudicato austriaco Roland Voller e intestata alla questura di Roma. Una scoperta, questa, della quale il nostro giornale ha riferito a suo tempo.
Voller venne arrestato con l’accusa di aver tentato di depistare le indagini sia sull’uccisione di Simonetta Cesaroni, sia sullo strangolamento della contessa Alberica Filo della Torre, all’Olgiata, nel luglio ’91. Nel corso dell’interrogatorio, il commissario ha dichiarato che tutte le indagini sul delitto di via Poma – dove, a suo dire, c’era un concentrato di Sisde sotto varie sigle – vennero pilotate dall’alto. Invitato a spiegarsi meglio, di fronte all’ipotesi di un’incriminazione per favoreggiamento, Del Greco ha riferito che il prefetto Vincenzo Parisi, all’epoca capo della polizia, telefonava quotidianamente al commissariato Flaminio raccomandando a lui e al dottor Cavaliere «la massima prudenza».
Un’altra rivelazione sorprendente del commissario riguarda il genero di Parisi, il commissario Sergio Costa, all’epoca funzionario del Sisde. Il Costa, a detta di Del Greco, si recava quotidianamente in via Poma 2, nell’ufficio in cui lavorava la Cesaroni, per consultare e ritirare i tabulati con i nominativi che la ragazza inseriva nel computer. Nominativi che, come abbiamo scritto a suo tempo, servivano anche ai Servizi per selezionare giovani stranieri da addestrare alla carriera di 007, e ad alcuni disinvolti trafficoni per altri usi illegittimi.
Secondo il teste, le visite di Costa nell’ufficio dove lavorava Simonetta erano di carattere istituzionale perché quell’ufficio era in realtà una dependance del Sisde. Secondo quanto dichiarato a verbale dal commissario Del Greco, una volta sfumata l’accusa contro il portiere Vanacore, sempre dall’alto ci furono pressioni e manovre per far cadere i sospetti sul giovane studente Federico Valle. A questo scopo sarebbe stato attivato l’austriaco Roland Voller.
Il ruolo di Voller non si limiterebbe a quello di confidente, ma si proietterebbe anche nella gestione di società fantasma (operanti in vari settori: dalle vendite delle auto all’edilizia) delle quali è amministratore unico.
Il giovane Valle e la sua famiglia hanno preannunciato la costituzione di parte civile contro il Voller e il ministero dell’Interno.


(sia il passo del libro di Lopez-Topi, sia l’articolo de La Nazione, sono estratti da “Gli ‘affari riservati’ del mostro di Firenze”, di Pietro Licciardi e Gabriella Pasquali Carlizzi, pagine 58 e 59)



dal sito www.paolofranceschetti.blogspot.com

In merito all’omicidio di Simonetta Cesaroni: il libro “Il giallo di via Poma. L’assassinio di Simonetta Cesaroni. Le indagini e le cronache”, di Beppe Lopez e Francesca Topi (edizioni Datanews), collega l’uccisione della ragazza alla vicenda del Mostro di Firenze.
Credo che non sia più in commercio.
Eccone un estratto:

Proprio oggi gli inquirenti fanno trapelare una pista clamorosa: il mostro di Firenze! Proprio così: un collegamento nel caso di via Poma con i dodici assassinii impuniti avvenuti in Toscana. L’elemento nuovo “anche se di difficile lettura” è l’arrivo a Roma di Ruggero Perugini, vicequestore e capo della Squadra Anti-Mostro fiorentina. L’idea è quella di un accostamento fra l’assassino di Simonetta e quello di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, avvenuto nel 1974 a Borgo San Lorenzo. Il “mostro di Firenze” non colpiva da cinque anni, dal 1968. Dopo aver usato, come in altre occasioni, la Beretta calibro 22, si è accanito sul cadavere di Stefania “vibrando 97 colpi di coltello o cacciavite, molti dei quali nelle zone sessuali”. Bene, “anche nel caso di via Poma l’arma usata è stata una lama lunga e sottile”. Si rileva, poi, che “anche Stefania, che aveva 18 anni, era una segretaria, né più né meno di Simonetta”. Ci sarebbe infine la “vaga traccia di una ricorrenza macabra”: 8 settembre 1985, scoperta dell’ultimo delitto fiorentino; notte fra 7 e 8 agosto 1990, ritrovamento del cadavere di Simonetta. […]


(sia il passo del libro di Lopez-Topi, sia l’articolo de La Nazione, sono estratti da “Gli ‘affari riservati’ del mostro di Firenze”, di Pietro Licciardi e Gabriella Pasquali Carlizzi, pagine 58 e 59)

VIAGGI

Partenza:
Camere:
Adulti:
Ritorno: