venerdì 3 aprile 2009

Garlasco, requisitoria PM: ''tutte le bugie di Alberto Stasi''

Per il 25enne chiesto il rito abbreviato

Giallo di Garlasco, le carte dell'accusa


(IGN 1 APRILE) I pm Muscio e Michelucci ricostruiscono le fasi dell'assassinio: ''C'è un quadro di indizi grave, preciso e concordante'', mentre da parte del fidanzato, unico che può aver ucciso Chiara Poggi, c'è un "racconto manifestamente illogico, contraddittorio e smentito dagli elementi oggettivi''

ultimo aggiornamento: 01 aprile, ore 21:38
Milano, 1 apr. (Adnkronos) - E' un puzzle che ricostruisce, senza esitazioni, l'omicidio di Chiara Poggi quello che prende forma nelle parole dei pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci. Un racconto, quasi un giallo, che svela il nome dell'assassino: ''solo il fidanzato Alberto puo' averla uccisa'' il finale scritto dall'accusa. Un mosaico che ripercorre ogni attimo del 13 agosto 2007, giorno del delitto, e mostra tutte le bugie dell'unico indagato pronto a essere processato, davanti al gup di Vigevano Stefano Vitelli, con rito abbreviato.

E' un quadro di indizi ''grave, preciso e concordante'' quello raccolto per dimostrare, al di la' di ogni ragionevole dubbio, la colpevolezza del 25enne. Su di lui puntano da subito gli inquirenti, di fronte a un ''racconto manifestamente illogico, contraddittorio e smentito dagli elementi oggettivi''. In 209 pagine di 'requisitoria' i due titolari dell'inchiesta ricostruiscono il delitto di Garlasco. E' Alberto, pochi minuti prima delle 14, a scoprire il corpo di Chiara.

Entra dalla porta socchiusa della villetta di via Pascoli, deve scendere almeno due gradini delle scale che portano alla tavernetta per notare il corpo della fidanzata. Non sa dire se e' ancora viva, ma la paura lo porta a uscire e a chiedere aiuto al 118 e ai carabinieri. Anche sui gradini bui, sa descrivere ogni particolare del pigiama rosa e del viso pallido di Chiara, eppure non si avvicina per accertarsi delle sue condizioni. Lui, l'uomo che le stava accanto da 4 anni, le volta le spalle. Un ''comportamento che appare del tutto innaturale'', scrivono i due pubblici ministeri.

''La sensazione di panico che lo avrebbe indotto ad allontanarsi verso i carabinieri, prevalendo sull'istinto di portare qualsivoglia aiuto alla fidanzata, appare una debole giustificazione, vista la freddezza e la padronanza di se', sicuramente del tutto anomale, mostrate fin dalla chiamata al 118'' e' l'osservazione di chi punta il dito contro l'ex studente modello. Una telefonata di 59 secondi che Alberto sostiene di aver fatto davanti alla villetta del delitto. A smentirlo, pero', e' la voce in sottofondo di un carabiniere: la richiesta di aiuto al 118 e' stata fatta soltanto quando era gia' davanti alla caserma, l'unica ''conclusione inevitabile'' per l'accusa.

A tradirlo e' anche il tenore della conversazione fatta ''senza fare alcun riferimento al fatto che si trattasse della fidanzata, ne' lasciando trasparire dalla voce alcuna particolare commozione. Addirittura si puo' notare un sostanziale atteggiamento di reticenza di Stasi, il quale non riferisce spontaneamente all'operatore la ragione della richiesta di intervento''. E' una messa in scena con troppi errori quella di Alberto, secondo gli inquirenti. Una ''concatenazione di azioni innaturali, contraddittorie'' che rendono la sua versione di fatti ''incoerente e inverosimile''. Una recita per nascondere la sua colpevolezza che non ha convinto gli investigatori.

''Falsita''' che cominciano con la ricostruzione del ritrovamento. I magistrati titolari dell'inchiesta parlano di ''inverosimiglianza intrinseca del racconto, impossibilita' materiale di aver compiuto i movimenti descritti, falsita' di quanto riferito circa i tempi e le modalita' della telefonata''. Bugie per nascondere la propria responsabilita'. Contro Alberto c'e' una lunga serie di prove: impossibile non sporcarsi le scarpe entrando nella villetta di via Pascoli, per gli investigatori. Lui puo' aver visto la scena descritta con precisione e dovizia di particolari solo identificandosi nell'''unica persona che ha lasciato le impronte nell'abitazione e quindi con l'autore del delitto''.

Non solo: le sue impronte digitali, miste al Dna della vittima, sono state trovate sull'erogatore del sapone liquido nel bagno al piano terra dell'abitazione. Nello stesso bagno dove ''sicuramente l'assassino di Chiara e' entrato per lavarsi''. Inutile provare a cercare tracce di estranei nella villetta, mentre resta da spiegare perche' il Dna della fidanzata si trovi sui pedali della bicicletta del 25enne. E' con quella che si e' dato alla fuga quando, ancora con le scarpe sporche di sangue, si e' allontanato da via Pascoli, sostengono i colpevolisti.

''Nonostante abbia occultato armi e indumenti, sono state ritrovate sulla sua bicicletta tracce di natura ematica di Chiara in tale quantitativo da escludere che possano essere state lasciate al di fuori di una situazione del tutto anomala. Solo l'aver calpestato grosse quantita' di sangue della vittima puo' giustificare la presenza di quelle tracce'', afferma l'accusa. In chi colpisce c'e' una ''precisa volonta' di uccidere Chiara'': sono tanti i colpi che le vengono sferrati alla testa con un'arma ancora sconosciuta.

''Uno strumento pesante vibrato con notevole forza'', forse un martello come quello che manca dalla casa della vittima. Nessun segno di scasso, nessuna rapina. Chiara, la vittima descitta come una ragazza ''timida'', ''attenta'' o ''riservata'' ha aperto la porta al suo assassino. Lei, con ''un atteggiamento certamente schivo e pudico'' subiva l'influenza del fidanzato ''l'unica persona che riusciva a forzare questi aspetti del carattere. Alberto, la cui influenza e capacita' manipolatoria sulla ragazza appaiono evidenti'', per gli accusatori.

Inoltre, il bocconiano non ha un alibi mentre la fidanzata veniva uccisa tra le 11 e le 11.30, secondo il medico legale Marco Ballardini. La mattina del delitto guarda immagini 'hot' e pedopornografiche. Un particolare che dimentica di raccontare ai carabinieri, sostenendo di essere impegnato a scrivere la tesi. Una bugia che ''rivela come Stasi considerasse il suo interesse per la pornografia come un aspetto della sua personalita' che non doveva essere rivelato e conosciuto da terzi, e quindi da tenere nascosto''. Un elemento su cui tacere per ''accreditare un'immagine di se' stesso tranquillizzante come studente modello''. Menzogne plurime e segreti che potrebbero aver armato la sua mano fino a fargli compiere un omicidio ''di impeto ed estremamente efferato'', il cui movente e' ''certamente da collocarsi all'interno della dinamica di coppia, nel rapporto interpersonale tra Alberto e Chiara''.

Lei potrebbe aver rifiutato di realizzare un video 'piccante' oppure, la sera prima del delitto, potrebbe aver visto delle immagini compromettenti. Un rifiuto o una scoperta che potrebbero esserle costata la vita. Per i pm non e' possibile ''trascurare la propensione maniacale di Alberto per la pornografia e la sua ossessiva sensibilita' per il tema della sessualita'. Un interesse che va oltre quello che puo' attendersi da un ragazzo di 24 anni, che viveva da tempo una stabile appagante relazione con una ragazza''.

Filmati e foto, oltre 10mila, che costano all'ex studente modello l'accusa di detenzione di materiale pedopornografico. Un tassello della sua personalita' che, aggiunte alle bugie, non lascia spazio ai dubbi: Alberto ''ha avuto tutto il tempo per commettere l'omicidio, per cancellare ogni traccia direttamente a lui riconducibile e per costruire il ritrovamento casuale del cadavere. Non esiste - concludono i pm - un'ipotesi ricostruttiva dei fatti compatibile con tutte le emergenze probatorie diversa da questa''.

IGN 1 PARILE 2009

Soria, parla lo "schiavo" Nitish: "Gli altri non hanno denunciato perchè avevano paura"

Roma«Ho lavorato come una bestia, lui ha cercato di molestarmi, mi toccava, mi insultava». Di Nitish si vedono i jeans e un giubbotto grigio. È il supertestimone del caso Grinzane e non si vuol far riprendere in faccia dalla telecamera. Hemrajsing Dabeedin, dalle Mauritius, è stato fino a poco tempo fa il domestico di Giuliano Soria. Dalla sua denuncia è partita l’inchiesta che ha spalancato le casse di uno dei premi più famosi d’Italia, rivelando la pioggia di finanziamenti (superiori ai 5 milioni di euro nell’ultimo anno) che il presidente avrebbe usato in parte per fini personali.
Il Soria privato, Nitish lo racconta così alle telecamere di Studio Aperto, senza mostrare gli occhi: «Insultava anche i miei genitori, mi insultava con parolacce. Mi sono sentito schiavo. Mi ha anche picchiato. Mi ha dato calci nel sedere e schiaffi. Non l’ho denunciato prima, perché prima di tutto io sono un clandestino». Il viso di Nitish non è ancora pubblico, è lui a non volerlo: «Perché non voglio essere ripreso? Perché non voglio che questa diventi una pubblicità o una vendetta, non vorrei che un giorno uno mi dica che sto facendo pubblicità, io lo faccio per avere giustizia». Il mauriziano ha accusato il patron del Grinzane Cavour di molestie e maltrattamenti. E anche alle telecamere di Matrix lo ha ripetuto: «Ho lavorato sette giorni su sette, 24 ore su 24. Sto facendo questo perché non vorrei che un’altra persona vada lì e soffra di nuovo. Io mi fido della legge italiana, mi aiuterà la legge». Nessun domestico per ora
andrà da Soria perché Soria è in carcere, accusato di molestie e malversazione di fondi pubblici.
Ma di lui ieri sera Matrix non ha trasmesso alcun filmato. Nitish le aveva riprese con il telefonino alcune scene di presunti approcci a sfondo sessuale, nel lussuoso loft torinese dove ha lavorato per quindici mesi. Tre video di vita quotidiana del maggiordomo e di Soria. Piccoli filmati precedenti la denuncia, un’astuzia di Nitish per ribellarsi al padrone. Alcuni fotogrammi già pubblicati mostrano Soria in slip e canottiera che si avvicina al suo maggiordomo. Ma la procura di Torino ha fatto sequestrare il materiale negli studi di Matrix e Studio Aperto. E la trasmissione di Canale 5 ieri sera ha rispettato la decisione: nessun filmato di Soria è andato in onda, ma solo servizi, commentati dagli ospiti in studio Vittorio Sgarbi, Luca Barbareschi, il consigliere del ministro Bondi Mario Resca, la scrittrice Cinzia Tani e il giornalista Fabrizio Rondolino. «Ci atteniamo, ma ci dispiace», ha annunciato il conduttore Alessio Vinci in apertura di
puntata: «Ho visto quei filmati e molte delle frasi che avevo letto sui giornali non ci sono. Poter far vedere quelle immagini avrebbe aiutato la ricerca della verità e avrebbe reso giustizia a Giuliano Soria». Ma per ora solo la procura le ha in mano, l’ipotesi di reato per chi le rende note è la pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. Anche se il contenuto è attinente a uno dei reati per i quali Soria è in carcere, la molestia. Mediaset ricorrerà «in tutte le sedi» contro un atto «lesivo» del diritto di cronaca. Il legale del mauriziano, Gianluca Vitale, ha precisato che i tre video non sono stati consegnati alla stampa «dal mio assistito». Nitish alle telecamere ribadisce: «Mi spiace che lui è in carcere ma voglio avere giustizia. Gli altri non l’hanno denunciato perché tutti avevano paura».
Il giornale 2 aprile 2009

giovedì 2 aprile 2009

Vita segreta dei legionari di Cristo, Padre Maciel


Padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dell'ordine


Sesso, denaro e tesori spariti.
Il Vaticano ha aperto un'ispezione:
sospetti sul fondatore Maciel
G. GALEAZZI, G.A. ORIGHI
Padre Marcial Maciel Degollado, il defunto fondatore dei Legionari di Cristo? Un tombeur des femmes che spremeva le sue amanti, latino-americane, spagnole e anche italiane. E forse con altri figli oltre alla madrilena di 30 anni che, come sostiene «El Mundo», starebbe ricattando per l’eredità l’Ordine insieme alla madre, una donna sposata e ricchissima. Non solo: persino la figlia di una sua ex fiamma, la messicana Flora Garza, ha confessato al settimanale «Proceso»: «Maciel, dopo aver ricevuto 50 milioni di dollari e un rapporto durato 20 anni, abbandonò mia madre». Agli ospiti danno ancora da baciare la sua immaginetta, ma ora nella preghiera che i conservatori Legionari di Cristo recitano ogni sera la devozione al fondatore è attenuata. La Santa Sede ha disposto un’ispezione sull’ordine religioso in più forte crescita nel mondo per accertare gli scandali su «relazioni con donne» divampati dopo la conferma che padre Maciel Degollado, morto lo scorso anno a 87 anni e accusato di pedofilia, aveva un’amante fissa e una figlia. Come richiesto anche dal cardinale George Pell, gli ispettori (vescovi ed ecclesiastici indicati dal Papa) dovranno far chiarezza sui Legionari e sul ramo laico «Regnum Christi» per presentare poi un rapporto al segretario di Stato, Tarcisio Bertone.

A rivelare le sacrileghe love story del Rasputin azteco, nel libro «El Ilusionista», è il suo nipote (ed ex legionario) Alejandro Spinosa. La lista delle amanti è lunga e composta da signore che nuotavano tutte nell’oro. Talita Retes, la prima «dama benefactora» negli Anni 40. Poi Pachita Gandarillas, Edmé de Galas, Guillermina Dikins, la paperona Josefita Pérez, figlia di una stirpe di petrolieri che gli donò persino una villa a Cannes, Consuelo Fernández, sposa di un diplomatico di Madrid. Infine la ancor misteriosa amante spagnola. «El Mundo» sostiene che la figlia ha frequentato l’università Francisco de Vitoria (Madrid), dell’Ordine. «Io sono stato testimone di alcune delle sue conquiste, di cui si vantava», assicura Spinosa. I Legionari sono un movimento tradizionalista, retto da un ordine ferreo al suo interno, con sedi in 40 paesi del mondo, 650 sacerdoti e 2.500 seminaristi. A Roma gestiscono l’ateneo pontificio «Regina Apostolorum» e il collegio «Maria Mater Ecclesiae». Un ordine religioso che dal Messico è sbarcato in Spagna e in Irlanda prima di arrivare in Italia e che, alla generalizzata crisi delle vocazioni, oppone una clamorosa crescita nel numero di sacerdoti e chierici che si preparano nei suoi 25 seminari e noviziati sparsi nei cinque continenti.

Nei loro ranghi figurano personaggi quali l’imprenditrice spagnola Alicia Koplowitz, una delle donne più facoltose del mondo. Nelle università occidentali come nelle comunità parrocchiali delle zone rurali e indigene dell’America Latina, i Legionari predicano un’etica dell’economia ispirata più al liberismo cattolico statunitense che al terzomondismo dei teologi progressisti. Entrare nella Congregazione richiede 14 anni di studio e apostolato, tanto che la rivista americana «Time» ha equiparato i Legionari ai Gesuiti per la disciplina e la complessità del percorso formativo. Dall’antologia di scritti del loro discusso fondatore emerge la convinzione che i laici siano investiti di una missione assimilabile a quella sacerdotale. Il loro grande «sponsor» Karol Wojtyla li ha esortati a testimoniare nella società la loro solidarietà, ben sapendo che, a partire da un territorio missionario grande quanto la Svizzera assegnato da Paolo VI nella penisola messicano dello Yucatán, i Legionari sono riusciti a fondare centinaia di istituti superiori e università in tutto il mondo. Ogni dieci anni raddoppiano le vocazioni e migliaia tra i 70 mila membri del «Regnum Christi» lavorano a tempo pieno come assistenti spirituali al servizio delle parrocchie. Come già accaduto per Opus Dei e Comunione e Liberazione, la crescita tumultuosa dei Legionari è stata accompagnata da diffidenze e ostilità, come quella del capo del Sant’Uffizio, Ottaviani, bilanciata però dal favore di vescovi sudamericani e potenti cardinali. Pio XII li ricevette, col loro fondatore Marcial Marciel, con le parole: «Siate come un esercito schierato».

LA STAMPA 2 APRILE 2009

Curia di Siena nella bufera per il "prete in Ferrari"

LA CURIA ARCIVESCOVILE DI SIENA NELLA BUFERA

Dalle intercettazioni trapela il fatto che don Acampa pensava di godere una sorta di impunità «extraterritoriale», aveva preteso dal Procuratore capo di Siena che intervenisse per addolcire l'inchiesta e lo aveva persino offeso.

Dice il prete all'archivista della Curia Nardi: "Stai tranquillo, tanto non hanno indizi e brancolano in alto mare. [...] Devono chiudere.



Duomo di Siena(27/03/2009) - Nella Arcidiocesi di Siena, Colle di Val d'Elsa e Montalcino, guidata dal 2001 da Mons. Antonio Buoncristiani, 65 anni, perugino, laureato in Diritto canonico e in Scienze politiche, licenziato in Teologia e in Scienze sociali, e Segretario di Nunziatura in Costa Rica, Zambia, e Malawi, si è creato sulla stampa un caso di un certo rilievo che ha fatto discutere tutta Siena: quello di don Giuseppe Acampa, 40 anni, economo diocesano e pupillo dell'Arcivescovo Buoncristiani. L'Arcidiocesi ha solo 117 preti, 186 parrocchie, e 10 diaconi per cui non risulta difficile andare sulla stampa specie se uno è un prete sui generis. In questa città comanda da 60 anni il vecchio Partito Comunista, c'è l'istituzione del Monte dei Paschi, il Palio di Siena, molti giornalisti assunti in RAI, la massoneria guidata dal giornalista Stefano Bisi direttore responsabile del Corriere di Siena, e una magistratura corretta e responsabile rappresentata dal nuovo procuratore capo e dal magistrato Alessandra Chievegatti ora a Catania che ha rinviato a giudizio i vertiici dell'Università e del Policlinico di Siena. Una donna coraggiosa che però preferisce stare a Catania che a Siena. Ma vediamo perchè oltre che sulla stampa don Acampa è finito nel libro "La casta di Siena".

L'inchiesta giudiziaria di Siena muove i suoi primi passi il 2 aprile del 2006, quando alle 11,20 di quella domenica, don Acampa chiama i Vigili del fuoco: «Venite, c'è un incendio....». L' incendio era in realtà divampato una ventina di minuti prima e il reverendo, che si trovava nella Curia, la prima telefonata la fa stranamente ad una impiegata dell'economato. I vigili del fuoco e la Scientifica, nella loro perizia, hanno dimostrato che l' incendio è stato innescato in contemporanea all'arrivo di don Acampa nella Curia. Ma questo lo si accerterà nel corso delle indagini. Alle sue prime battute, don Acampa, sentito dagli investigatori, accusa il povero archivista (e per questo sarà indagato poi per calunnia), il professore Franco Nardi, che finisce come il sospettato numero uno e che adesso aspetta che la sua denuncia contro il Vescovo Buoncristiani (per averlo licenziato per non aver ritrattato le sue accuse) faccia il suo corso. L' incendio aveva distrutto «solo» gli uffici dell' economato con quello di prezioso che c' era: computer, documentazione, lasciti testamentari. Nel prosieguo delle indagini, infatti, una volta che i sospetti si sono concentrati sull' economo, anche perché ad accusarlo sono stati diversi preti di Siena, i telefoni di don Acampa sono stati intercettati e sono emersi presunti rapporti omosessuali tra l' economo e due sacerdoti. La sua immagine ne esce a pezzi.

E c'è il sospetto che qualche ricatto sia girato anche per questo. Dalle intercettazioni trapela il fatto che don Acampa pensava di godere una sorta di impunità «extraterritoriale», aveva preteso dal Procuratore capo di Siena che intervenisse per addolcire l'inchiesta e lo aveva persino offeso. Pensava di essere «protetto» e invece l'inchiesta della Procura di Siena ha accertato almeno un caso in cui don Acampa - e per questo è accusato di truffa - aveva venduto a un imprenditore veneto, Fernando René Caovilla, a prezzi stracciati (un milione e 250 mila euro), un complesso immobiliare di proprietà per il50% della Curia e per l'alto 50% della Associazione della Mise Curia, a ridosso di Porta Tufi, ricevendo in cambio dall'imprenditore una fiammante Audi A3 del valore di 27 mila euro. Pare che un'altra delle ragioni dell'incendio siano le vendite immobiliari di beni noti come 'il commendone' ed il palazzo di Santa Teresa. Sopratutto quest'ultima, parte del patrimonio della Curia, aveva lasciato perplessi riguardo la grande differenza fra la prima stima di un miliardo ed ottocento mila lire di valore ed il prezzo pagato dal comune di Siena (per farne case popolari), di circa 3 milioni di euro.

Un'altra vicenda emersa è quella di un'anziana signora della nobiltà senese, che aveva lasciato tutti i suoi beni all'arcidiocesi con il mandato di venderli e dividere poi il ricavato tra cinque beneficiari: uno di questi, però, il Collegio missionario del Sacro Cuore di Gesù di Andria, prima dell'apertura delle indagini, dalla Curia di Siena non aveva ancora visto un soldo e, anzi, ignorava del tutto l'esistenza dell'eredità. Nel frattempo la procura mette sotto controllo il telefono di don Acampa. Dice il prete all'archivista della Curia Nardi: "Stai tranquillo, tanto non hanno indizi e brancolano in alto mare. [...] Devono chiudere." Questa brutta storia -come abbiamo scritto - comincia tutto il 2 aprile del 2006 quando un rogo divampa nella sede dell’Economato della Curia di Siena. Don Acampa accusa un archivista che lavora in Curia da 35 anni di aver appiccato l’incendio, ma gli accertamenti della polizia delineano un quadro diverso. E alla fine è proprio lui a finire indagato. Secondo i magistrati avrebbe dato alle fiamme l’ufficio «con l’unica finalità di distruggere documenti attinenti operazioni finanziarie promosse dalla diocesi attraverso la Curia». Gli affari curati dal sacerdote vengono analizzati attraverso accertamenti bancari e patrimoniali. Alla fine di giugno arriva la svolta. Le intercettazioni telefoniche e ambientali svelano i tentativi che sarebbero stati fatti dall’arcivescovo di Siena per convincere i testimoni a ritrattare.

Qualche giorno dopol'Arcivescovo Buoncristiani viene sospettato di aver indotto numerose persone «anche con mirate pressioni» a fornire una versione diversa da quella verbalizzata davanti ai pubblici ministeri. Nei suoi confronti verranno fatti gli accertamenti. Eppure mons. Buoncristiani avrebbe avuto molto da spiegare: le intercettazioni, ad esempio, pubblicate dai giornali, in cui don Acampa e il segretario del vescovo, don Andrea Bechi, parlano di rivolgersi al ministro della Giustizia Clemente Mastella per "tappare" l'inchiesta. Tramite per arrivare al ministro sarebbe il presidente della Misericordia di Siena, Mario Marzucchi. D'altra parte, Mastella è stato l'ospite d'onore, lo scorso maggio, delle Feste internazionali cateriniane, con cui l'arcidiocesi ha celebrato la sua santa più illustre. Don Acampa e Bechi - secondo quanto emerso dalle intercettazioni - avrebbero anche pensato di rivolgersi al procuratore Nino Calabrese, che non avrebbe vigilato a sufficienza sul suo sostituto responsabile dell'indagine, Nicola Marini: sorprendentemente, infatti, malgrado fosse ancora ufficialmente parte lesa, sembra che don Acampa fosse interessato ad una rapida archiviazione delle indagini più che alla scoperta del colpevole. Calabrese, d'altra parte, ha un 'debito di riconoscenza' nei confronti della Curia, perché sua figlia ha in affitto, a un buon prezzo, una casa in pieno centro di proprietà dell'arcidiocesi. Ci sono poi le voci di intimidazioni, da parte dell'Arcivescovo e di don Acampa, nei confronti di quei preti che si sono macchiati della 'colpa' di aver collaborato con le indagini: si parla di velate allusioni a trasferimenti nelle parrocchie più 'scomode', di minacce di rimozioni da incarichi; si ripete anche la storia dell'anziano parroco di Vagliagli, don Mino Marchetti, che si sarebbe all'improvviso visto sospendere da parte dell'arcidiocesi la pubblicazione di un'opera storica a cui lavorava da dieci anni. D'altra parte, discutendo con un altro influente amico, Giuseppe Mussari, presidente del Monte dei Paschi di Siena, don Acampa (il cui padre era un importante funzionario della banca) aveva promesso di mettere alle corse i "preti nemici giurati" che sarebbero, secondo lui, all'origine della svolta delle indagini: "Io penso che sia un gruppo di affari politico-pretonzolo", aveva detto. L'arcivescovo


Buoncristiani avrebbe anche preteso - senza ottenerla, malgrado numerose pressioni - una dichiarazione pubblica di sostegno ad Acampa da parte del clero dell'arcidiocesi. Tra i preti di Siena, comunque, l'aria che si respira è pesante: "Questo vescovo non è né un padre né un maestro", ha detto un sacerdote che vuol restare anonimo; "tante cose", aggiunge un altro, "non tornavano nella gestione degli affari della diocesi". Destava sospetti la delega pressoché illimitata per la gestione dei beni della Curia concessa nel 2004, senza alcuna consultazione del clero, da mons. Buoncristiani a don Acampa. L'economo, si racconta, si faceva vedere spesso per le strade di Siena a bordo di una Ferrari. Gli si contestava spesso la gestione squisitamente "affaristica" dei beni della Chiesa: ad esempio, appena nominato arciprete di Colle Val d'Elsa (una delle due ex-diocesi incorporate, assieme a quella di Montalcino, nell'arcidiocesi di Siena) aveva subito avviato la vendita di vari appartamenti di proprietà della Curia, ordinato la riduzione del numero delle messe e chiuso agli studiosi il palazzo vescovile, in vista forse di qualche progetto di sviluppo.

Il PM Marini rinvierà a giudizio don Acampa, ma poi verrà assolto. E tutte le accuse: incendio doloso, truffa aggravata, calunnia ( don Acampa aveva accusato l'archivista della Curia per l'incendio doloso) verranno a cadere. Don Acampa, il prete della fiammante automobile Audi A3, il prete che veste abiti eleganti, ricercati e firmati, il prete accusato da intercettazioni di aver avuto frequentazioni omosessuali con due sacerdoti (anche se ciò non è motivo di reato), il prete delle transazioni finanziarie è stato assolto con formula piena. E noi rispettiamo la sentenza. Però riteniamo che un ministro di Dio, un alter Christus, un sacerdote che ha fatto precetti di castità, povertà ed obbendienza non può condurre una vita lussuosa, un tenore di vita elevato, e una vita sessuale disordinata senza attuare nè il Decalogo nè il Discorso della montagna. Sull'obbedienza sorvoliamo essendo il pupillo dell'Arcivescovo Buoncristiani a cui deve per altri cinque anni l'incarico di economo diocesano. Questo prete moderno si deve domandare come mai a Siena molti suoi colleghi sono sconcertati e disorientati. Il popolo di Dio, don Acampa, ha bisogno di modelli di riferimento, di Pastori credibili, e di guide autorevoli. Non è pensabile che la gente viva questi scandali con l'indifferenza generale di chi è preposto a dare una risposta efficiente ed efficace. Pena: l'allontanamento dalla S. Messa, dai Sacramenti e dall'ora di religione cattolica di giovani e meno giovani. E poi il compito del Vescovo in una Diocesi è quello di vigilare, di sanzionare e, se del caso, di sospendere a divinis o di ridurre alla stato laicale preti che dovessero rivelarsi indegni dell'abito che portano con la loro ortoprassi. "La Chiesa - lo ripetiamo - è santa e immacolata, senza macchia nè ruga". (San Paolo, Efesini 5,25-27)

Alberto Giannino
a_gi@live.it

mercoledì 1 aprile 2009

Giuliano Soria: aggiornamenti 1 aprile

Altra scena, Soria urla: «Nitish! Questo cappuccino fa schifo. Ti tolgo 50 euro dallo stipendio...» La madre annuisce




Torino. Una famiglia all’antica quella dei Soria, uniti negli affetti come negli affari. I fratelli Giuliano e Angelo e l’anziana madre Jolanda Beccaris, 83 anni portati con classe ed eleganza, hanno dato vita ad un «sistema Soria» dove ognuno aveva il suo ruolo e il suo tornaconto.
Il volto noto, il personaggio pubblico era lui, Giuliano: sempre sorridente nelle fotografie e gentile durante le interviste, a lui arrivavano i finanziamenti regionali che in pochi anni lo hanno reso un uomo famoso e potente, con il soprannome «Mister Premio». Più schivo il fratello Angelo che si era ritagliato un ruolo defilato, da dietro le quinte, ma di grande importanza: firmare le delibere regionali attraverso le quali finanziare il Premio Grinzane e altre società collegate. Poi c’era lei, la mamma. Coccolata così come lei, a suo tempo aveva fatto con i due figli. Un affetto che, quantificato in denaro, era pari a 5mila euro l’anno che riceveva per tenere in ordine i conti del Grinzane. Una piccola somma, che però fa capire come funzionasse l’impresa Soria. In uno dei tre filmati registrati di nascosto dal giovane maggiordomo che ha incastrato Giuliano Soria si vede anche donna Jolanda: seduta in poltrona accanto al figlio, annuisce in segno di approvazione per i rimproveri rivolti in malo modo al domestico.
Se Giuliano era la mente e Angelo la cassaforte, la madre era la contabile della «Soria family». Il primo sfornava idee che si trasformavano in manifestazioni, premi e mostre; il secondo procurava i finanziamenti, erogati - evidentemente - senza dover rendere conto a nessuno e la madre teneva i conti, cancellando così ogni confine tra pubblico e privato. Angelo Soria - ora in ferie - era direttore del settore comunicazione istituzionale della giunta regionale del Piemonte e - come sembrano aver accertato gli inquirenti - concedeva denaro pubblico al fratello Giuliano e all’amico socio in affari Bruno Libralon. Quest’ultimo è un imprenditore che ha fondato l’Icif, l’Italian culinary institute for foreigners, una scuola di cucina per stranieri. Tra le sue sedi il castello di Costigliole d’Asti, il maniero da anni in ristrutturazione con denaro pubblico, in gestione a Giuliano Soria e al suo Premio. Libralon è anche socio in affari con Angelo dal 2005, quando fondarono la Everything, che «organizza fiere, mostre, esposizioni, convegni e manifestazioni simili». La srl non riceveva contributi regionali che però finiscono nelle casse dell’Icif. Soria firma i documenti con contributi e affida incarichi a trattativa privata alla scuola diretta dal socio: dal 2005 al 2008 le risorse sono di 917mila euro. Non sempre gli impegni di spesa di Angelo finivano al fratello tramite il Premio Grinzane, ma attraverso un’altra associazione collegata: la «Civiltà dei territori letterari» che nel solo agosto del 2007 riceve 30mila euro. Il tutto riporta sempre a Giuliano Soria: i luoghi e i tempi sono quelli dei vari Premi Grinzane. E la sede della «Civiltà dei territori letterari» è nei locali di piazza Castello 9 a Torino, quartier generale di Antenna culturale europea, altra creatura di «Mister Premio».
Sulle operazioni che riguardano finanziamenti pubblici e fatturazioni emesse a carico del Premio Grinzane, si concentrano le indagini che puntano a stabilire le modalità di alcuni stanziamenti regionali a firma di Angelo Soria, che negli ultimi tre anni ammontano a un milione 950mila euro, erogati con criteri che gli inquirenti definiscono «quantomeno bizzarri».

il giornale 1 aprile 2009

DELITTO DI GARLASCO, IL GIALLO DELL'ARMA

Secondo il padre della vittima è sparito un martello dal garage, compatibile con l'oggetto usato per il delitto

VIDEO LA 7

Il 9 aprile a Vigevano si aprira' il processo con rito abbreviato contro l'ex fidanzato di Chiara Poggi, Alberto Stasi. Ieri, nel giorno in cui Chiara avrebbe compiuto 28 anni, i genitori sono tornati a parlare della sua morte. Il padre della vittima ha detto di aver notato la scomparsa di un martello, generalmente appoggiato sulla finestra del garage e di due teli da mare. Il martello sarebbe compatibile con l'oggetto contundente usato per il delitto, i teli, invece, potrebbero essere stati usati dall'assassino per pulirsi.

Il corpo di Meredith su Telenorba: Concluse le indagini

L DELITTO DI VIA DELLA PERGOLA

La procura di Perugia ha notificato l'avviso di conclusione indagini a quattro familiari di Raffaele Sollecito e a due giornalisti della tv Telenorba per l'inchiesta scaturita dalla trasmissione da parte dell'emittente di un filmato della polizia scientifica nel quale veniva mostrato il corpo di Meredith Kercher

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Meredith, uccisa a Perugia (foto Ap/LaPresse) Perugia, 1 aprile 2009 - E' stato notificato dalla Procura di Perugia l'avviso di conclusione indagini a quattro familiari di Raffaele Sollecito e a due giornalisti della tv Telenorba per l'inchiesta partita dalla trasmissione da parte dell'emittente di un filmato della polizia scientifica nel quale veniva mostrato il corpo di Meredith Kercher.

Nessun commento è stato rilasciato da parte dell'avvocato Luca Maori, uno dei legali della famiglia Sollecito.
Nell'avviso di conclusione indagini (che solitamente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio) vengono ipotizzati, a vario titolo, i reati di diffamazione, violazione della privacy, pubblicazione arbitraria di atti d'indagine e pubblicazione di atti raccapriccianti. Secondo la ricostruzione della procura di Perugia, infatti, il padre e la sorella di Raffaele, che avevano legittimamente la disponibilità del filmato del sopralluogo della polizia scientifica, lo avrebbero fornito a Telenorba.

Le immagini del cadavere nudo della Kercher, trasmesse il 31 marzo del 2008, hanno offeso pubblicamente la reputazione della giovane. L'avviso di conclusione indagini riguarda anche un giornalista e il direttore di Panorama per la pubblicazione di un articolo nel quale si riportava che nel sangue della Kercher i medici legali avevano rilevato una concentrazione alcolica superiore alla norma (e quindi sarebbe stata ubriaca quando venne uccisa). Circostanza poi smentita - secondo la procura di Perugia - dagli esami svolti per disposizione del gip.
L'inchiesta era stata avviata in seguito a una denuncia nei confronti di Telenorba e Panorama presentata dai legali della famiglia Kercher, gli avvocati Francesco Maresca e Serena Perna.

La nazione 1 aprile 2009

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