Elio Letizia, padre di Noemi, è stanco. Stanco del tritacarne in cui lui, sua moglie Anna e soprattutto sua figlia sono finiti. Non ne può più dell’assedio sotto casa, delle telefonate, delle richieste di parlare, correggere, smentire, rettificare.
“Da tutta questa storia esco con due certezze. La prima è il senso del mio onore, la seconda il senso dell’amicizia”.
Che vuol dire?
Vuol dire che l’onore non te lo danno le interviste, le smentite ufficiali alle schifezze che scrivono e soprattutto alle insinuazioni infami che non scrivono ma lasciano intendere. Lo sa? La gente si dà di gomito, hanno fatto pensare che mia figlia fosse la figlia di Silvio Berlusconi oppure che io e mia moglie avessimo offerto come un trofeo la nostra ragazza ai capricci di un potente. Tutto questo è infame e sarà oggetto del lavoro degli avvocati Giulio Costanzo e Giovanni Giordano. Ma non è questo il punto. Il punto è che io mi sento bene con me stesso perché non ho nulla da nascondere. Ho detto la verità e quindi anche qui non devo né rettificare né correggere né aggiustare nulla. Le cose sono andate come ho detto. L’onore mio e della mia famiglia è un valore che ci portiamo dentro e che ci rende forti nonostante tutto.
E il senso dell’amicizia?
Berlusconi è stato e continua a essere un amico. Anche in questa vicenda sì è comportato molto bene rispettando sempre l’amico e il cittadino. Dopo tutto questo caos poteva dire della lettera che mi scrisse quando morì tragicamente in un incidente stradale nostro figlio Yuri; poteva dirlo e stroncare sul nascere un sacco di cattiverie ma non l’ha fatto. E sa perché? Ha voluto tutelare la nosta privacy, un nostro fatto intimo. Ecco, uno degli uomini più potenti che non pensa come prima cosa a se stesso ma ci difende. Questo è un amico e per me questo basta.
Noemi che cosa dice?
Noemi mi ha telefonato poco fa da scuola. Piangeva, diceva che non ne può più, che si sente prigioniera di un gioco più grande di lei, che non può uscire senza essere braccata, inseguita in motorino, con telecamere, registratori, taccuini. Foto private rubate e pubblicate sui giornali. E battute, battutacce, allusioni. Una ragazza pura e spontanea che vede traditi i suoi sogni. Le pare normale questo? Le pare degno di un paese civile? Ma cosa c’entra la libertà di stampa? Qui viene calpestata la libertà di una ragazzina che ha diritto ad avere i suoi amici, la sua vita, i suoi sogni.
Come è cambiata la vostra vita dopo la festa di Casoria?
Io se vuole ci scherzo su e le dico che non esco più e mi riposo, ma non è vero. Mia moglie Anna è di là e sta male, colta da coliche e mal di stomaco, mia figlia tenta di essere normale, oggi ha preso 8 in storia dell’arte, ma soffre immensamente anche se paradossalmente cerca lei di tirare su noi. E io che faccio i conti con tutta la mia vita e se mi chiedo: c’è qualcosa dove ho sbagliato?, mi rispondo che non ho fatto niente di male, ho solo cercato di vivere una normalità. Ma qui la normalità non è ammessa, non viene perdonata.
Avrebbe mai pensato che sarebbe successo tutto questo?
No, mai. Ma quando ci entri ti trasformi da spettatore ad attore. Tutta la scena è cambiata. Se lo ricorda il film The Truman show? Ecco, mi sembra di essere lì dentro. Non si riesce più a stare appresso a tutti gli aggiornamenti. Non di giorno in giorno ma di ora in ora, se non di minuto in minuto, c’è una valanga di notizie che sta seppellendo tutti. Ognuno dice una cosa e la verità si è persa in mezzo a una montagna di bugie. Ed è dura per persone semplici e modeste come noi gestire, soprattutto per Noemi, questa esposizione mediatica.
Risponda alle due domande che tutti pensano e nessuno ha il coraggio di farle: Noemi è figlia di Berlusconi?
Noemi ha avuto rapporti sessuali con il presidente del Consiglio?
Non vale nemmeno troppo la pena perdere tempo ma se domani viene con un genetista e un ginecologo le darò la risposta scientifica. Fate il prelievo del dna e stabilite se è illibata. In quel caso tutta questa spazzatura avrà fine.
Hanno detto che non c’è congruenza su quella famosa cena a Villa Madama: la accompagnò lei o sua moglie?
E poi il mistero di quella foto datata 20 novembre 2008 mentre la serata di gala era del 19… Non devo precisare nulla, ho già detto la verità. Io accompagnai Noemi in macchina a quella festa e mentre lei andava lì rimasi a Palazzo Grazioli a vedere la partita dell’Italia. La foto ricordo è datata 20 perché era passata la mezzanotte e mentre Berlusconi la autografava fu proprio Noemi a dire: “Oggi è il 20 novembre”. Mi ricordo che scherzando Noemi disse rivolta a me e al presidente del Consiglio: “Ecco i miei vecchiazzi, nemmeno sapete che giorno è oggi”. Tutto qui. Poi abbiamo ripreso la macchina e siamo tornati a casa. Vorrei poterle dire che a quel punto sono arrivati i servizi segreti e con una serie di cavi d’acciaio ci hanno fatto salire su un elicottero spaziale come se fossimo in Mission: impossible, e che poi siamo tornati su un’astronave, ma non è vero. Abbiamo preso la nostra automobile da comuni mortali e siamo tornati nella nostra casa semplice e modesta di sempre.
Noemi vede ridimensionati ora i suoi sogni?
Noemi è forte e positiva, come ho detto è una ragazza con i piedi per terra. Ora si sta concentrando sulla scuola, sul diploma che deve prendere, e con buoni voti. Poi spero che farà l’università o che comunque studi per una delle sue passioni. Che sia la grafica pubblicitaria o qualcosa che ha a che fare col mondo dello spettacolo o della moda non so, ma è giusto che scelga lei la sua strada. Certo, ora dire che non si fida più tanto degli altri è un eufemismo.
Nel periodo in cui Noemi e Gino Flaminio sono stati insieme, lei che opinione aveva del giovane?
Come vedeva questa relazione? Per quello che ho saputo io e ho visto, nelle volte in cui ho incontrato il ragazzo, non mi sembrava né peggio né meglio di tanti altri. Un ragazzo normale, forse più sveglio di altri, ma certo nessuno di noi ha mai saputo delle sue disavventure con la giustizia. Però, mi scusi, siccome questa persona è oggetto di una querela per diffamazione che riguarda lui e i giornalisti della Repubblica che hanno scritto l’intervista, preferirei non dire altro.
Come ne uscirete?
Il tempo è medico, poi tutto prenderà la piega giusta, piano piano tutti i tasselli prenderanno il posto giusto e si capirà la realtà che è incontrovertibile. Sono ottimista, nonostante tutto. Come diceva Bettino Craxi, ho l’ottimismo della volontà.
sabato 30 maggio 2009
Parla Elio Letizia: “Ho sempre detto la verità”
venerdì 3 aprile 2009
Garlasco, requisitoria PM: ''tutte le bugie di Alberto Stasi''
Giallo di Garlasco, le carte dell'accusa
(IGN 1 APRILE) I pm Muscio e Michelucci ricostruiscono le fasi dell'assassinio: ''C'è un quadro di indizi grave, preciso e concordante'', mentre da parte del fidanzato, unico che può aver ucciso Chiara Poggi, c'è un "racconto manifestamente illogico, contraddittorio e smentito dagli elementi oggettivi''
E' un quadro di indizi ''grave, preciso e concordante'' quello raccolto per dimostrare, al di la' di ogni ragionevole dubbio, la colpevolezza del 25enne. Su di lui puntano da subito gli inquirenti, di fronte a un ''racconto manifestamente illogico, contraddittorio e smentito dagli elementi oggettivi''. In 209 pagine di 'requisitoria' i due titolari dell'inchiesta ricostruiscono il delitto di Garlasco. E' Alberto, pochi minuti prima delle 14, a scoprire il corpo di Chiara.
Entra dalla porta socchiusa della villetta di via Pascoli, deve scendere almeno due gradini delle scale che portano alla tavernetta per notare il corpo della fidanzata. Non sa dire se e' ancora viva, ma la paura lo porta a uscire e a chiedere aiuto al 118 e ai carabinieri. Anche sui gradini bui, sa descrivere ogni particolare del pigiama rosa e del viso pallido di Chiara, eppure non si avvicina per accertarsi delle sue condizioni. Lui, l'uomo che le stava accanto da 4 anni, le volta le spalle. Un ''comportamento che appare del tutto innaturale'', scrivono i due pubblici ministeri.
''La sensazione di panico che lo avrebbe indotto ad allontanarsi verso i carabinieri, prevalendo sull'istinto di portare qualsivoglia aiuto alla fidanzata, appare una debole giustificazione, vista la freddezza e la padronanza di se', sicuramente del tutto anomale, mostrate fin dalla chiamata al 118'' e' l'osservazione di chi punta il dito contro l'ex studente modello. Una telefonata di 59 secondi che Alberto sostiene di aver fatto davanti alla villetta del delitto. A smentirlo, pero', e' la voce in sottofondo di un carabiniere: la richiesta di aiuto al 118 e' stata fatta soltanto quando era gia' davanti alla caserma, l'unica ''conclusione inevitabile'' per l'accusa.
A tradirlo e' anche il tenore della conversazione fatta ''senza fare alcun riferimento al fatto che si trattasse della fidanzata, ne' lasciando trasparire dalla voce alcuna particolare commozione. Addirittura si puo' notare un sostanziale atteggiamento di reticenza di Stasi, il quale non riferisce spontaneamente all'operatore la ragione della richiesta di intervento''. E' una messa in scena con troppi errori quella di Alberto, secondo gli inquirenti. Una ''concatenazione di azioni innaturali, contraddittorie'' che rendono la sua versione di fatti ''incoerente e inverosimile''. Una recita per nascondere la sua colpevolezza che non ha convinto gli investigatori.
''Falsita''' che cominciano con la ricostruzione del ritrovamento. I magistrati titolari dell'inchiesta parlano di ''inverosimiglianza intrinseca del racconto, impossibilita' materiale di aver compiuto i movimenti descritti, falsita' di quanto riferito circa i tempi e le modalita' della telefonata''. Bugie per nascondere la propria responsabilita'. Contro Alberto c'e' una lunga serie di prove: impossibile non sporcarsi le scarpe entrando nella villetta di via Pascoli, per gli investigatori. Lui puo' aver visto la scena descritta con precisione e dovizia di particolari solo identificandosi nell'''unica persona che ha lasciato le impronte nell'abitazione e quindi con l'autore del delitto''.
Non solo: le sue impronte digitali, miste al Dna della vittima, sono state trovate sull'erogatore del sapone liquido nel bagno al piano terra dell'abitazione. Nello stesso bagno dove ''sicuramente l'assassino di Chiara e' entrato per lavarsi''. Inutile provare a cercare tracce di estranei nella villetta, mentre resta da spiegare perche' il Dna della fidanzata si trovi sui pedali della bicicletta del 25enne. E' con quella che si e' dato alla fuga quando, ancora con le scarpe sporche di sangue, si e' allontanato da via Pascoli, sostengono i colpevolisti.
''Nonostante abbia occultato armi e indumenti, sono state ritrovate sulla sua bicicletta tracce di natura ematica di Chiara in tale quantitativo da escludere che possano essere state lasciate al di fuori di una situazione del tutto anomala. Solo l'aver calpestato grosse quantita' di sangue della vittima puo' giustificare la presenza di quelle tracce'', afferma l'accusa. In chi colpisce c'e' una ''precisa volonta' di uccidere Chiara'': sono tanti i colpi che le vengono sferrati alla testa con un'arma ancora sconosciuta.
''Uno strumento pesante vibrato con notevole forza'', forse un martello come quello che manca dalla casa della vittima. Nessun segno di scasso, nessuna rapina. Chiara, la vittima descitta come una ragazza ''timida'', ''attenta'' o ''riservata'' ha aperto la porta al suo assassino. Lei, con ''un atteggiamento certamente schivo e pudico'' subiva l'influenza del fidanzato ''l'unica persona che riusciva a forzare questi aspetti del carattere. Alberto, la cui influenza e capacita' manipolatoria sulla ragazza appaiono evidenti'', per gli accusatori.
Inoltre, il bocconiano non ha un alibi mentre la fidanzata veniva uccisa tra le 11 e le 11.30, secondo il medico legale Marco Ballardini. La mattina del delitto guarda immagini 'hot' e pedopornografiche. Un particolare che dimentica di raccontare ai carabinieri, sostenendo di essere impegnato a scrivere la tesi. Una bugia che ''rivela come Stasi considerasse il suo interesse per la pornografia come un aspetto della sua personalita' che non doveva essere rivelato e conosciuto da terzi, e quindi da tenere nascosto''. Un elemento su cui tacere per ''accreditare un'immagine di se' stesso tranquillizzante come studente modello''. Menzogne plurime e segreti che potrebbero aver armato la sua mano fino a fargli compiere un omicidio ''di impeto ed estremamente efferato'', il cui movente e' ''certamente da collocarsi all'interno della dinamica di coppia, nel rapporto interpersonale tra Alberto e Chiara''.
Lei potrebbe aver rifiutato di realizzare un video 'piccante' oppure, la sera prima del delitto, potrebbe aver visto delle immagini compromettenti. Un rifiuto o una scoperta che potrebbero esserle costata la vita. Per i pm non e' possibile ''trascurare la propensione maniacale di Alberto per la pornografia e la sua ossessiva sensibilita' per il tema della sessualita'. Un interesse che va oltre quello che puo' attendersi da un ragazzo di 24 anni, che viveva da tempo una stabile appagante relazione con una ragazza''.
Filmati e foto, oltre 10mila, che costano all'ex studente modello l'accusa di detenzione di materiale pedopornografico. Un tassello della sua personalita' che, aggiunte alle bugie, non lascia spazio ai dubbi: Alberto ''ha avuto tutto il tempo per commettere l'omicidio, per cancellare ogni traccia direttamente a lui riconducibile e per costruire il ritrovamento casuale del cadavere. Non esiste - concludono i pm - un'ipotesi ricostruttiva dei fatti compatibile con tutte le emergenze probatorie diversa da questa''.
IGN 1 PARILE 2009
giovedì 2 aprile 2009
Curia di Siena nella bufera per il "prete in Ferrari"
Dalle intercettazioni trapela il fatto che don Acampa pensava di godere una sorta di impunità «extraterritoriale», aveva preteso dal Procuratore capo di Siena che intervenisse per addolcire l'inchiesta e lo aveva persino offeso.
Dice il prete all'archivista della Curia Nardi: "Stai tranquillo, tanto non hanno indizi e brancolano in alto mare. [...] Devono chiudere.
L'inchiesta giudiziaria di Siena muove i suoi primi passi il 2 aprile del 2006, quando alle 11,20 di quella domenica, don Acampa chiama i Vigili del fuoco: «Venite, c'è un incendio....». L' incendio era in realtà divampato una ventina di minuti prima e il reverendo, che si trovava nella Curia, la prima telefonata la fa stranamente ad una impiegata dell'economato. I vigili del fuoco e la Scientifica, nella loro perizia, hanno dimostrato che l' incendio è stato innescato in contemporanea all'arrivo di don Acampa nella Curia. Ma questo lo si accerterà nel corso delle indagini. Alle sue prime battute, don Acampa, sentito dagli investigatori, accusa il povero archivista (e per questo sarà indagato poi per calunnia), il professore Franco Nardi, che finisce come il sospettato numero uno e che adesso aspetta che la sua denuncia contro il Vescovo Buoncristiani (per averlo licenziato per non aver ritrattato le sue accuse) faccia il suo corso. L' incendio aveva distrutto «solo» gli uffici dell' economato con quello di prezioso che c' era: computer, documentazione, lasciti testamentari. Nel prosieguo delle indagini, infatti, una volta che i sospetti si sono concentrati sull' economo, anche perché ad accusarlo sono stati diversi preti di Siena, i telefoni di don Acampa sono stati intercettati e sono emersi presunti rapporti omosessuali tra l' economo e due sacerdoti. La sua immagine ne esce a pezzi.
E c'è il sospetto che qualche ricatto sia girato anche per questo. Dalle intercettazioni trapela il fatto che don Acampa pensava di godere una sorta di impunità «extraterritoriale», aveva preteso dal Procuratore capo di Siena che intervenisse per addolcire l'inchiesta e lo aveva persino offeso. Pensava di essere «protetto» e invece l'inchiesta della Procura di Siena ha accertato almeno un caso in cui don Acampa - e per questo è accusato di truffa - aveva venduto a un imprenditore veneto, Fernando René Caovilla, a prezzi stracciati (un milione e 250 mila euro), un complesso immobiliare di proprietà per il50% della Curia e per l'alto 50% della Associazione della Mise Curia, a ridosso di Porta Tufi, ricevendo in cambio dall'imprenditore una fiammante Audi A3 del valore di 27 mila euro. Pare che un'altra delle ragioni dell'incendio siano le vendite immobiliari di beni noti come 'il commendone' ed il palazzo di Santa Teresa. Sopratutto quest'ultima, parte del patrimonio della Curia, aveva lasciato perplessi riguardo la grande differenza fra la prima stima di un miliardo ed ottocento mila lire di valore ed il prezzo pagato dal comune di Siena (per farne case popolari), di circa 3 milioni di euro.
Un'altra vicenda emersa è quella di un'anziana signora della nobiltà senese, che aveva lasciato tutti i suoi beni all'arcidiocesi con il mandato di venderli e dividere poi il ricavato tra cinque beneficiari: uno di questi, però, il Collegio missionario del Sacro Cuore di Gesù di Andria, prima dell'apertura delle indagini, dalla Curia di Siena non aveva ancora visto un soldo e, anzi, ignorava del tutto l'esistenza dell'eredità. Nel frattempo la procura mette sotto controllo il telefono di don Acampa. Dice il prete all'archivista della Curia Nardi: "Stai tranquillo, tanto non hanno indizi e brancolano in alto mare. [...] Devono chiudere." Questa brutta storia -come abbiamo scritto - comincia tutto il 2 aprile del 2006 quando un rogo divampa nella sede dell’Economato della Curia di Siena. Don Acampa accusa un archivista che lavora in Curia da 35 anni di aver appiccato l’incendio, ma gli accertamenti della polizia delineano un quadro diverso. E alla fine è proprio lui a finire indagato. Secondo i magistrati avrebbe dato alle fiamme l’ufficio «con l’unica finalità di distruggere documenti attinenti operazioni finanziarie promosse dalla diocesi attraverso la Curia». Gli affari curati dal sacerdote vengono analizzati attraverso accertamenti bancari e patrimoniali. Alla fine di giugno arriva la svolta. Le intercettazioni telefoniche e ambientali svelano i tentativi che sarebbero stati fatti dall’arcivescovo di Siena per convincere i testimoni a ritrattare.
Qualche giorno dopol'Arcivescovo Buoncristiani viene sospettato di aver indotto numerose persone «anche con mirate pressioni» a fornire una versione diversa da quella verbalizzata davanti ai pubblici ministeri. Nei suoi confronti verranno fatti gli accertamenti. Eppure mons. Buoncristiani avrebbe avuto molto da spiegare: le intercettazioni, ad esempio, pubblicate dai giornali, in cui don Acampa e il segretario del vescovo, don Andrea Bechi, parlano di rivolgersi al ministro della Giustizia Clemente Mastella per "tappare" l'inchiesta. Tramite per arrivare al ministro sarebbe il presidente della Misericordia di Siena, Mario Marzucchi. D'altra parte, Mastella è stato l'ospite d'onore, lo scorso maggio, delle Feste internazionali cateriniane, con cui l'arcidiocesi ha celebrato la sua santa più illustre. Don Acampa e Bechi - secondo quanto emerso dalle intercettazioni - avrebbero anche pensato di rivolgersi al procuratore Nino Calabrese, che non avrebbe vigilato a sufficienza sul suo sostituto responsabile dell'indagine, Nicola Marini: sorprendentemente, infatti, malgrado fosse ancora ufficialmente parte lesa, sembra che don Acampa fosse interessato ad una rapida archiviazione delle indagini più che alla scoperta del colpevole. Calabrese, d'altra parte, ha un 'debito di riconoscenza' nei confronti della Curia, perché sua figlia ha in affitto, a un buon prezzo, una casa in pieno centro di proprietà dell'arcidiocesi. Ci sono poi le voci di intimidazioni, da parte dell'Arcivescovo e di don Acampa, nei confronti di quei preti che si sono macchiati della 'colpa' di aver collaborato con le indagini: si parla di velate allusioni a trasferimenti nelle parrocchie più 'scomode', di minacce di rimozioni da incarichi; si ripete anche la storia dell'anziano parroco di Vagliagli, don Mino Marchetti, che si sarebbe all'improvviso visto sospendere da parte dell'arcidiocesi la pubblicazione di un'opera storica a cui lavorava da dieci anni. D'altra parte, discutendo con un altro influente amico, Giuseppe Mussari, presidente del Monte dei Paschi di Siena, don Acampa (il cui padre era un importante funzionario della banca) aveva promesso di mettere alle corse i "preti nemici giurati" che sarebbero, secondo lui, all'origine della svolta delle indagini: "Io penso che sia un gruppo di affari politico-pretonzolo", aveva detto. L'arcivescovo
Buoncristiani avrebbe anche preteso - senza ottenerla, malgrado numerose pressioni - una dichiarazione pubblica di sostegno ad Acampa da parte del clero dell'arcidiocesi. Tra i preti di Siena, comunque, l'aria che si respira è pesante: "Questo vescovo non è né un padre né un maestro", ha detto un sacerdote che vuol restare anonimo; "tante cose", aggiunge un altro, "non tornavano nella gestione degli affari della diocesi". Destava sospetti la delega pressoché illimitata per la gestione dei beni della Curia concessa nel 2004, senza alcuna consultazione del clero, da mons. Buoncristiani a don Acampa. L'economo, si racconta, si faceva vedere spesso per le strade di Siena a bordo di una Ferrari. Gli si contestava spesso la gestione squisitamente "affaristica" dei beni della Chiesa: ad esempio, appena nominato arciprete di Colle Val d'Elsa (una delle due ex-diocesi incorporate, assieme a quella di Montalcino, nell'arcidiocesi di Siena) aveva subito avviato la vendita di vari appartamenti di proprietà della Curia, ordinato la riduzione del numero delle messe e chiuso agli studiosi il palazzo vescovile, in vista forse di qualche progetto di sviluppo.
Il PM Marini rinvierà a giudizio don Acampa, ma poi verrà assolto. E tutte le accuse: incendio doloso, truffa aggravata, calunnia ( don Acampa aveva accusato l'archivista della Curia per l'incendio doloso) verranno a cadere. Don Acampa, il prete della fiammante automobile Audi A3, il prete che veste abiti eleganti, ricercati e firmati, il prete accusato da intercettazioni di aver avuto frequentazioni omosessuali con due sacerdoti (anche se ciò non è motivo di reato), il prete delle transazioni finanziarie è stato assolto con formula piena. E noi rispettiamo la sentenza. Però riteniamo che un ministro di Dio, un alter Christus, un sacerdote che ha fatto precetti di castità, povertà ed obbendienza non può condurre una vita lussuosa, un tenore di vita elevato, e una vita sessuale disordinata senza attuare nè il Decalogo nè il Discorso della montagna. Sull'obbedienza sorvoliamo essendo il pupillo dell'Arcivescovo Buoncristiani a cui deve per altri cinque anni l'incarico di economo diocesano. Questo prete moderno si deve domandare come mai a Siena molti suoi colleghi sono sconcertati e disorientati. Il popolo di Dio, don Acampa, ha bisogno di modelli di riferimento, di Pastori credibili, e di guide autorevoli. Non è pensabile che la gente viva questi scandali con l'indifferenza generale di chi è preposto a dare una risposta efficiente ed efficace. Pena: l'allontanamento dalla S. Messa, dai Sacramenti e dall'ora di religione cattolica di giovani e meno giovani. E poi il compito del Vescovo in una Diocesi è quello di vigilare, di sanzionare e, se del caso, di sospendere a divinis o di ridurre alla stato laicale preti che dovessero rivelarsi indegni dell'abito che portano con la loro ortoprassi. "La Chiesa - lo ripetiamo - è santa e immacolata, senza macchia nè ruga". (San Paolo, Efesini 5,25-27)
Alberto Giannino
a_gi@live.it
mercoledì 1 aprile 2009
Il corpo di Meredith su Telenorba: Concluse le indagini
La procura di Perugia ha notificato l'avviso di conclusione indagini a quattro familiari di Raffaele Sollecito e a due giornalisti della tv Telenorba per l'inchiesta scaturita dalla trasmissione da parte dell'emittente di un filmato della polizia scientifica nel quale veniva mostrato il corpo di Meredith Kercher
Perugia, 1 aprile 2009 - E' stato notificato dalla Procura di Perugia l'avviso di conclusione indagini a quattro familiari di Raffaele Sollecito e a due giornalisti della tv Telenorba per l'inchiesta partita dalla trasmissione da parte dell'emittente di un filmato della polizia scientifica nel quale veniva mostrato il corpo di Meredith Kercher.
Nessun commento è stato rilasciato da parte dell'avvocato Luca Maori, uno dei legali della famiglia Sollecito.
Nell'avviso di conclusione indagini (che solitamente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio) vengono ipotizzati, a vario titolo, i reati di diffamazione, violazione della privacy, pubblicazione arbitraria di atti d'indagine e pubblicazione di atti raccapriccianti. Secondo la ricostruzione della procura di Perugia, infatti, il padre e la sorella di Raffaele, che avevano legittimamente la disponibilità del filmato del sopralluogo della polizia scientifica, lo avrebbero fornito a Telenorba.
Le immagini del cadavere nudo della Kercher, trasmesse il 31 marzo del 2008, hanno offeso pubblicamente la reputazione della giovane. L'avviso di conclusione indagini riguarda anche un giornalista e il direttore di Panorama per la pubblicazione di un articolo nel quale si riportava che nel sangue della Kercher i medici legali avevano rilevato una concentrazione alcolica superiore alla norma (e quindi sarebbe stata ubriaca quando venne uccisa). Circostanza poi smentita - secondo la procura di Perugia - dagli esami svolti per disposizione del gip.
L'inchiesta era stata avviata in seguito a una denuncia nei confronti di Telenorba e Panorama presentata dai legali della famiglia Kercher, gli avvocati Francesco Maresca e Serena Perna.
La nazione 1 aprile 2009