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domenica 5 dicembre 2010

Giallo Gradoli: madre e figlia scomparse forse divorate dai cinghiali

Elena Ceoban, scomparsa sei mesi fa
L'ipotesi del comandante dei carabinieri che indagò sul caso.Il processo in Corte d'Assise a Viterbo il compagno e l'amante

ROMA (4 dicembre) - I cadaveri di Tatiana Ceoban, 36 anni, e della figlia Elena di 13, scomparse da Gradoli, in provincia di Viterbo, il 30 maggio 2009, potrebbero essere stati divorati da cinghiali o comunque animali selvatici. Sarebbe questa la ragione per cui non sono mai stati ritrovati. È l'ipotesi avanzata oggi in Corte d'Assise da uno dei testimoni dell'accusa, il comandante della stazione carabinieri di Latera Claudio Sterbini, che collaborò alla ricerca dei corpi.

sabato 23 ottobre 2010

Processo Ruggero Conti: sfilano i testimoni a favore


IL Messaggero Cronaca di Roma di mercoledì 20 ottobre 2010, pagina 35
Sfilano i testimoni in favore di don Ruggero
di De Santis Giulio

Il vescovo: «Sono contento di avergli dato i voti» Sfilano i testimoni in favore di don Ruggero Il parroco accusato di pedofilia difeso anche da persone amiche dei presunti molestati

di GIUIJO DE SAN IS «Don Ruggero Conti è un padre di cui fidarmi e un amico con cui confidarmi. Mi manca».

Ieri i suoi ragazzi hanno descritto così il parroco di Selva Candida, accusato di aver violentato sette minorenni tra il 1998 e il 2008. Ventisette testimoni della difesa hanno sfilato per otto ore davanti ai giudici della sesta sezione collegiale. Tutti pronti a mettere le mani sul fuoco sulla integrità morale del sacerdote, Imito in carcere nel 2008 dopo le denuncie delle sette presunte vittime di abusi sessuali. Violenze che, secondo il pubblico ministero Francesco Scavo, il parroco avrebbe compiuto mentre guidava la chiesa della Natività di Maria Santissima.

Ieri Don Ruggero ha ricevuto una difesa a oltranza anche da chi ha lavorato al suo fianco per anni. A partire da don Giorgio Montecca, vice Parroco di Selva Candida tra i12003 ed il 2008, per passare a monsignor Diego Bona, il vescovo che assegnò i voti a don Ruggero. Gli uomini che hanno visto don Ruggero vivere al fianco dei giovani parrocchiani hanno garantito, dal loro punto di vista, l'assoluta limpidezza della condotta del sacerdote. E un sostengo importante è stato garantito a don Conti pure da diversi testimoni residenti a Legnano dove agli inizi degli anni ottanta parti l'avventura religiosa dell'imputato. Tutti hanno raccontato ai giudici il "loro" sacerdote mostrando una fiducia incrollabile verso l'ex parroco di Selva Candida.

L'udienza è iniziata segnando un punto importante a favore di don Ruggero. Il consulente informatico della difesa ha attestato l'assenza di collegamenti a siti pornografici dal computer del sacerdote. Poi sul banco dei testimoni sono saliti i ragazzi che hanno ricordato le serata trascorse insieme a don Ruggero nella sua casa o in campeggio. Tutti hanno sottolineato la tranquillità che avevano dormendo nella stessa camera del parroco oppure dividendo con il sacerdote la tenda dell'accampamento. La fidanzata di un presuntoe molestato ha detto: «Siamo stati insieme un anno e mezzo. Ma il mio ragazzo non si è mai lamentato del comportamento di don Ruggero», ha detto ai giudici la giovane. E' stata poi la volta di un amico di uno dei presunti abusati a gettare dubbi sulla credibilità di una supposta vittima. «Il nostro amico era noto nell'ambiente per avere problemi di cleptomania. E il giorno che don Ruggero èstato arrestato mi disse di non credere alle accuse contro il sacerdote». Don Mantecca, vice parroco di Selva Candida tra il 2003 ed il 2008, ha dichiarato:

LA FIDANZATA DI UNA VITITMA

• «Il mio ragazzo non mi raccontò mai di aver subito degli abusi sessuali» «Sono sicuro dell'innocenza della sua innocenza. Se avessi avuto dei dubbi non avrei esitato a denunciarlo. Le dicerie che giravano intorno a don Ruggero erano prive di riscontri e quindi non ne ho informato i miei superiori». L'ultima parola è toccata al monsignor Diego Bona il vescovo che assegno i voti a don Ruggero. «Per come l'ho visto lavorare affianco ai ragazzi sono contento della mia scelta".

***

Messaggero Cronaca di Roma di venerdì 8 ottobre 2010, pagina 45
Pedofilia, due preti e una suora difendono don Ruggero Conti
di De Santis Giulio

--I IL PROCESSO IPedofilia,due preti e una suora difendono don Ruggero Conti di GIULIO DE SANMS Le parole sembrano arrivare dal cuore di chi ha vissuto ogni giorno al suo fianco per dieci anni. «Grazie a don Ruggero Conti abbiamo trascorso un periodo indimenticabile. Mai un'ombra ha sfiorato la reputazione del nostro parroco in quegli anni. Poi nel 2005 è arrivato don Claudio Bricchetto. E in quel momento si sono materializzate le chiacchiere contro don Ruggero sulla pedofilia».

E' la testimonianza di suor Maria, nel corso del processo nei confronti di don Conti, accusato di aver violentato sette minorenni tra il '97 ed il 2008, quando era il parroco di Selva Candida.

Ieri davanti ai giudici della sesta sezione penale due suore e un prelato hanno raccontato la loro esperienza con don Ruggero. E hanno difeso il sacerdote senza dubbi o incertezze. «Don Ruggero ha lavorato sempre per il bene della chiesa della Natività», hanno ricordato i testimoni. Che poi hanno puntato il dito contro l'accusatore del sacerdote, don Claudio Bricchetto. «Una volta mi ha detto che voleva una parrocchia tutta sua», ha ricordato suor Maria. La donna ha poi' sottolineato chele storie di pedofiLE TESTIMONIANZE IN AULA «Sono soltanto insinuazioni messe in giro dal vice paro o» lia non erano mai circolate fino all'arrivo del vice parroco. «E' stato lui a insinuare che don Ruggero fosse un pedofilo. Voleva il suo posto. Al contrario, posso testimoniare che molti giovani fedeli si sono lamentati del comportamento di don Bricchetto. Uscivano sconvolti dalla domande sul sesso che il vice parroco faceva nel confessionale», ha rivelato la suora. Ancora più determinato è stato don Roberto Leoni, segretario di mónsignor Gi- no Reali, al quale faceva capo don Ruggero. «Don Bricchetto è arrivato a minacciarci con un avvocato. Disse a monsignor Reali che, se non gli avessimo dato retta, sarebbe stata la nostra fine». Anche don Roberto ha riferito di comportamenti molto discutibili del sacerdote nel periodo trascorso in seminario. «Non posso scendere in dettagli» ha sottolineato. Gli accusatori di don Ruggero non sono mai sembrati attendibili a monsignor Reali».

giovedì 10 dicembre 2009

GARLASCO:SPOSTATA L'ORA DEL DELITTO.PM CHIEDE 30 ANNI PER STASI

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IL PROCESSO
Garlasco, il pm sposta l'ora del delitto:«Condannate Stasi a 30 anni»
La nuova ricostruzione dell'accusa: «Chiara è morta nella seconda parte della mattinata»

VIGEVANO (PAVIA) - Alberto Stasi deve essere condannato a 30 anni di carcere: è questa la richiesta del pm Rosa Muscio al gup di Vigevano Stefano Vitelli, chiamato ad emettere il verdetto sul giovane di Garlasco, accusato dell'omicidio della fidanzata Chiara Poggi. Una condanna, senza attenuanti, che è il massimo della pena prevista in caso di processo con il rito abbreviato. Il pm ha inoltre chiesto al giudice di non concedere le attenuanti generiche e di considerare invece le aggravanti delle sevizie e dei futili motivi. Secondo il pubblico ministero, contro Alberto Stasi c'è un quadro indiziario «grave e preciso» che lo rende l'unico responsabile del delitto del 13 agosto 2007.

ORARIO - L'ultima mossa a sorpresa, da parte dell'accusa, è stata lo spostamento in avanti dell'orario dell'omicidio in base alla nuova perizia informatica firmata dagli ingegneri Roberto Porta e Daniele Occhetti: Chiara, sostiene adesso il pm, non è morta tra le 11 e le 11.30 ma «nella seconda metà della mattinata». Un orario che spiegherebbe l'impossibilità per Alberto di non sporcarsi le scarpe: le macchie di sangue sul pavimento di casa Poggi erano ancora fresche. La 26enne, dunque, è morta dopo le 12,20, quando Alberto smette di lavorare alla sua tesi. Le lancette in avanti lasciano più tempo per compiere e 'spiegare' alcuni dettagli di un delitto ancora irrisolto. Secondo la perizia informatica Alberto lavora al Pc portatile dalle 9,36 alle 12,20, mentre Chiara disattiva l'allarme di casa alle 9,10. Il biondino di Garlasco potrebbe avere ucciso la fidanzata nell'arco di 26 minuti: un tempo limitato ma possibile, come ha sempre sostenuto la parte civile. Altrimenti, è questa la nuova tesi sostenuta dall'accusa, Alberto potrebbe avere agito dopo. Solo alle 13.49 l'allora laureando scopre il corpo senza vita di Chiara.
ARMA E MOVENTE - Per il pm Rosa Muscio il punto cruciale per dimostrare che Alberto mente e non è mai rientrato in casa Poggi, è la consistenza delle macchie di sangue trovate sul pavimento della villetta di via Pascoli e descritte da alcuni investigatori. Le macchie sul pavimento sarebbero state troppo fresche per consentire ad Alberto di non sporcarsi, anche se in alcune perizie si parla di macchie quasi secche nella loro totalità. L'accusa, invece, sostiene che il sangue era liquido considerando anche l'ambiente di casa Poggi: le finestre erano ancora chiuse impedendo di fatto l'ingresso di luce e calore. Il «nuovo orario della morte» consente anche di «cancellare la testimonianza di una vicina di casa Poggi che ha sempre sostenuto di avere visto una bici, mai identificata, davanti alla villetta dell'omicidio alle 9,10 circa. Al momento nella sua ricostruzione il pm non ha ancora parlato né dell'arma, né del movente per cui Chiara è stata uccisa.


corriere della sera 10 dicembre 2009

mercoledì 28 ottobre 2009

Garlasco, nuova perizia su cellulare Chiara. Gup si riserva sequestro bici Stasi

Al processo che si celebra col rito abbreviato si scava nei dettagli per capire se l'unico accusato del delitto stia mentendo o no


ultimo aggiornamento: 27 ottobre, ore 21:20
Milano, 27 ott. (Adnkronos) - A oltre due anni dall'omicidio di Chiara Poggi, la terza bicicletta posseduta da Alberto potrebbe entrare a far parte del processo che si celebra col rito abbreviato. Le altre due bici, sequestrate in precedenza all'imputato, non hanno fornito elementi schiaccianti per risolvere il delitto
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Milano, 27 ott. (Adnkronos) - E' nell'analisi dei dettagli, anche quelli apparentemente piu' insignificanti, che si sta scavando per capire se Alberto Stasi, accusato dell'omicidio della fidanzata Chiara Poggi, stia mentendo oppure no. A dirlo potrebbe essere anche il cellulare di Chiara su cui il giudice di Vigevano, Stefano Vitelli ha chiesto ulteriori indagini. Nelle sue dichiarazioni Alberto afferma di aver telefonato piu' volte, durante la mattina del 13 agosto 2007, giorno del delitto, al cellulare di Chiara ma sul suo display quel numero di chiamate, senza risposta, sembrerebbe non corrispondere.


Bisognera' dunque stabilire se il cellulare di Chiara e' in grado di registrare solo l'ultima chiamata persa o se, invece, Alberto potrebbe aver mentito. Un dettaglio, come quello sulla telefonata al 118 che Alberto dice di aver fatto davanti a casa Poggi. Una voce di sottofondo, pero', secondo l'accusa non lascia dubbi: il biondino era' gia' davanti alla caserma dei carabinieri. Un punto su cui ieri, in aula, accusa e difesa si erano dati battaglia. a spuntarla era stata il pm Rosa Muscio: i periti super partes hanno 'corretto' la loro consulenza non escludendo che Alberto potesse essere piu' vicino alla caserma che alla villetta della vittima. Diversamente da quanto scritto in precedenza, il gup di Vigevano non ha sciolto la riserva sul possibile sequestro della terza bicicletta di Alberto. Una bicicletta nera da donna che dal giorno del delitto si trova nell'officina di papa' Stasi e sulla quale gli inquirenti si erano da subito espressi: non e' quella vista da una vicina, appoggiata al muro di casa Poggi, la mattina del delitto.
Le voci iniziali sul rigetto dell'istanza, trapelate dalla porta chiusa dell'aula in cui si svolge il processo, sono state smentite dagli stessi protagonisti. Il giudice si e' riservato sul possibile sequestro fino a quando non ascoltera' il maresciallo Marchetto della caserma di Garlasco e una vicina di casa che ha visto una bici parcheggiata davanti a casa Poggi, ma non ricorda con precisione se si trattava della mattina del delitto. La loro testimonianza e' attesa per la prossima udienza, fissata per venerdi'.
Il sequestro al quale si e' opposta la difesa e' stato chiesto da Gian Luigi Tizzoni, legale che tutela gli interessi della famiglia della vittima. A oltre due anni dal delitto, era il 13 agosto 2007, la terza bicicletta posseduta da Alberto potrebbe entrare a far parte del processo che si celebra col rito abbreviato. Le altre due bici, sequestrate in precedenza all'imputato, non hanno fornito elementi schiaccianti per risolvere il delitto.

sabato 18 aprile 2009

Garlasco, parlano i legali di Stasi: «Assolvetelo. Il pc? Dati alterati»

dubbi degli avvocati sul computer di Alberto come prova della sua colpevolezza

I difensori del giovane accusato dell'omicidio di Chiara Poggi sostengono l'innocenza del loro assistito

Alberto Stasi, accusato dell'omicidio di Chiara Poggi, durante una pausa del processo (Ansa)
Alberto Stasi, accusato dell'omicidio di Chiara Poggi, durante una pausa del processo (Ansa)
VIGEVANO (Pavia) - Alla fine di quasi dodici ore di arringhe i legali di Alberto Stasi hanno chiesto l'assoluzione del loro assistito per non aver commesso il fatto. L'imputato è accusato di omicidio aggravato dalla crudeltà della fidanzata Chiara Poggi e per questo il Pm Rosa Muscio ha chiesto la condanna a 30 anni di carcere. Il gup ha fissato una nuova udienza il 28 aprile per le contro-repliche. Per il 30, data già fissata, è attesa la sentenza.

IL COMPUTER E LE MANOMISSIONI - Nel corso della sua arringa, Angelo Giarda, il professore che guida il pool di difesa avrebbe anche sottolineato che è inutile puntare sul computer come prova di accusa verso Alberto Stasi, perché il pc del giovane dopo il delitto sarebbe stato più volte aperto dai carabinieri, alterandone quindi configurazione e tracce. Lo si apprende dall'esterno, visto che il processo si svolge a porte chiuse. Giarda avrebbe anche affrontato le questioni relative sia alla possibilità che l'omicidio sia stato commesso da due persone, sia all' ora del delitto e di conseguenza all'alibi di Alberto che ha sempre sostenuto di aver lavorato alla tesi al computer per tutta la mattina del 13 agosto.

PEDOPORNOGRAFIA - I legali hanno chiesto anche il proscioglimento del giovane dall'accusa di detenzione di materiale pedopornografico. L'udienza preliminare per questo reato si è svolta a conclusione del processo con rito abbreviato che vede Alberto imputato dell'omicidio di Chiara Poggi.


18 aprile 2009

sabato 4 aprile 2009

Garlasco: la famiglia di Chiara chiede 10mln di euro di risarcimento


Garlasco: i familiari di Chiara parte civile Chiesto un risarcimento di 10mln di euro La villa della famiglia Poggi

I familiari di Chiara Poggi chiederanno un risarcimento per la morte della figlia. Il legale di parte civile proporrà la somma di 10milioni di euro

Ammonta a dieci milioni di euro la richiesta di risarcimento che il legale di parte civile chiederà per i familiari di Chiara Poggi, la ragazza di 26 anni uccisa nella sua villa di Garlasco il 13 agosto del 2007. La richiesta verrà presentata nell'udienza di giovedì prossimo, 9 aprile, che aprirà ufficialmente il processo (con rito abbreviato) ad Alberto Stasi, il fidanzato imputato per l'omicidio della ragazza. "L'aspetto economico di un processo è regolato dalla legge - ha detto alla 'Provincia Pavese' il legale della famiglia Poggi, l'avvocato Gianluigi Tizzoni -. Ma non è certo stata questa la molla che ha spinto i genitori a costituirsi parte civile. La famiglia Poggi vuole la verità. Nessun risarcimento può compensare la perdita di una figlia".

fonte

sabato 28 marzo 2009

Processo Meredith, testimone dell'accusa fornisce alibi ad Amanda

Inaspettata svolta all'udienza per l'omicidio di Perugia. Un clochard "filosofo"
dichiara di aver visto la giovane americana e Sollecito in una piazza

dal nostro inviato MEO PONTE


Processo Meredith, un alibi ad Amanda dal testimone dell'accusa

Amanda Knox in aula

PERUGIA - Doveva essere il teste chiave dell'accusa, la voce che avrebbe irrimediabilmente inchiodato all'uccisione di Meredith Kercher Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Oggi invece Antonio Curatolo, 53 anni, un filosofo di strada che da una decina di anni dorme sulle panchine di piazza Grimana, a pochi passi dalla villetta dove la notte del 1 novembre fu uccisa la studentessa inglese, con la sua sua deposizione ha di fatto dato un alibi ai due imputati.

"Quella sera stavo leggendo l'Espresso su una panchina - ha raccontato il clochard che qualche anno fa aveva testimoniato in un altro processo per omicidio incastrando l'imputato" - mentre fumavo una sigaretta ho notato in fondo alla piazza, vicino al campo da basket due fidanzati, per lo meno mi sono sembrati tali, che discutevano tra loro, come stessero litigando. Li ho osservati dalle 21,30 sino a quando me ne sono andato a dormire nel parco, verso le 23,30. Quei due ragazzi sono in quest'aula. Sono Amanda e Raffaele".

Per gli avvocati dei due imputati la testimonianza di Curatolo si rivela un aiuto inaspettato. Durante l'udienza di venerdì Nara Capezzali, una pensionata che vive a poca distanza dalla casa del delitto, aveva ripetuto di aver sentito un urlo lacerante di donna tra le 23 e le 23,30. E altrettanto aveva fatto Alessandra Monacchia, un'altra vicina di via Della Pergola 7. Che il teste su cui i pm Giuliano Mignini e Manuela Comodi contavano tanto una volta di fronte ai giudici della Corte d'Assise di fatto collochi i due imputati nella piazza nel momento esatto del delitto quindi rappresenta indubbiamente un duro colpo alle tesi dell'accusa.

Alla tredicesima udienza del processo per l'uccisione di Meredith Kercher il tallone d'Achille dell'accusa paiono essere proprio i testimoni chiamati in aula dai pm. In particolare l'albanese Hekuran Kokomani, giudicato già del tutto intattendibile durante l'udienza preliminare dal gup Paolo Micheli e oggi però, masochisticamente, riproposto alla Corte d'Assise. Con un insolito stratagemma: per ridare credibilità al teste che a suo tempo aveva raccontato uno sconcertante incontro con Amanda e Raffaele (armati di coltelli) e Rudy la sera prima del delitto e che era poi caduto nel ridicolo affermando di aver già visto la giovane americana e il suo ragazzo pugliese a luglio insieme ad uno zio made in Usa (è stato accertato che Amanda arrivò in Italia solo nel settembre 2007), i pm hanno convocato in aula anche il suo avvocato, Antonino Aiello che naturalmente non ha potuto far altro che ribadire la credibilità del suo cliente.

Ma Kokomani in aula è dovuto arrivare in manette perché nel frattempo è stato arrestato perché sorpreso con sei grammi di cocaina dai carabinieri. Nonostante gli sforzi del presidente della Corte Giancarlo Massei di mettere ordine nei suoi confusi ricordi, è sostanzialmente caduto in un vortice di contraddizioni. Per Giulia Buongiono, legale di Raffaele Sollecito, non è stato infatti difficile far risaltare la sua assoluta inaffidabilità. E Luciano Ghirga, l'avvocato di Amanda, ha definito la seconda deposizione dell'albanese "il replay di una catastrofe giudiziaria". E poco ha contato anche la deposizione di Fabio Gioffredi, un ragazzo che giura di aver visto insieme Meredith, Amanda, Raffaele e Rudy il 30 ottobre 2007 davanti alla casa di via Della Pergola. Ha voluto rispondergli lo stesso Raffaele: "Non ho mai visto Rudy in vita mia e sono in grado di provare che quel giorno ero da un'altra parte".

In più gran parte dei testimoni si sono presentati al pm quasi ad un anno di distanza dal delitto. Addirittura alcuni di loro lo hanno fatto dopo essere stati rintracciati dai giornalisti de Il giornale dell'Umbria. Un particolare che la dice lunga su come è stata condotta l'inchiesta sulla morte della studentessa inglese. Il processo riprenderà la prossima settimana con le deposizioni dei consulenti medico legali dell'accusa e le deposizioni di Patrick Lumumba, indicato in un primo tempo come l'assassino di Meredith e ora parte lesa, e di Rudy Guede, già condannato a 30 anni con il rito abbreviato, che probabilmente si avvarrà della facoltà di non rispondere.

(La Repubblica 28 marzo 2009)

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