lunedì 28 novembre 2011
San Raffaele, una microspia svela i piani di don Verzè
Registrato anche un colloquio con l'ex capo dei Servizi Pollari: «quello non vende, manda la Finanza»
MILANO - È dicembre 2005 e don Luigi Verzè, il gran capo dell'ospedale San Raffaele, ha le microspie nel suo ufficio. Non sa che un'inchiesta della magistratura sta legalmente violando la sua privacy. Non si era mai saputo finora.
Non lo sa mentre parla con Nicolò Pollari, l'allora direttore dei servizi segreti militari (Sismi), delle difficoltà politiche dell'amico comune Silvio Berlusconi, della scalata alla Bnl e dei controlli fatti su Stefano Ricucci a favore di Sergio Billè. È ignaro, don Verzè, che qualcuno lo sta ascoltando quando accoglie Cesare Geronzi per parlare di politica o quando risponde alla telefonata dell'«eminenza» vaticana che gli chiede un favore. Con Mario Cal, il manager suicida, conversa di una «grana» giuridica da sistemare con Roberto Formigoni e la Regione Lombardia. E certo il prete che si ispira a San Matteo apostolo («Guarite gli infermi») non immagina che le cimici elettroniche stiano captando il suo piano diabolico per fiaccare la resistenza di un vicino che non intende liberare un terreno.
domenica 5 dicembre 2010
Yara, tunisino intercettato: "Allah mi perdoni ma non l’ho uccisa io".Forse coinvolte altre persone
I tg nazionali non hanno escluso il coinvolgimento di altre persone, anche se nulla trapela dagli inquirenti. Nel frattempo,
le ricerche per ritrovare il corpo di Yara Gambirasio si stanno concentrando dietro al centro sportivo di Ambivere, dove c'è una collina da cui si diparte una strada sterrata. Gli inquirenti avrebbero fatto arrivare un'idrovora.I mezzi e i volontari impegnati nella ricerca di Yara si sono diretti, improvvisamente, come a seguito di una segnalazione, nei boschi sulla collina in territorio del comune di Ambivere, a pochi chilometri da Brembate. Le forze dell’ordine hanno sbarrato le stradine di campagna, nei pressi di un centro sportivo, e hanno cominciato a perlustrare i prati e i campi di granoturco. Al momento non si è riusciti a sapere se in questa area le ricerche siano state dirette da una nuova segnalazione.
«Che Allah mi perdoni, ma non l’ho uccisa io». Secondo indiscrezioni, sarebbe stata questa frase, intercettata al telefono, a convincere i Carabinieri che investigavano sulla scomparsa di Yara Gambirasio della responsabilità del magrebino sottoposto a fermo per sequestro di persona, omicidio e ora anche occultamento di cadavere. Pare che i sospetti fossero indirizzati nei suoi confronti quando l’uomo si è assentato dal lavoro nei giorni successivi alla scomparsa di Yara.
domenica 17 ottobre 2010
Sarah Scazzi, Intercettazione Sabrina:«Il cellulare di Sarah lo abbiamo toccato tutti»
di MIMMO MAZZA
AVETRANA - Sono le 3 e 16 minuti del mattino del 7 ottobre. Michele Misseri ha già confessato l’omicidio della nipote Sarah Scazzi, l’occultamento e il vilipendio del suo cadavere e una squadra di sommozzatori dei carabinieri si sta dirigendo nelle campagne di Avetrana per recuperare il corpo della ragazzina. Il provvedimento di fermo di polizia giudiziaria nei suoi confronti è praticamente pronto quando il verbale di interrogatorio viene improvvisamente riaperto, perché lo zio orco vuole aggiungere una frase, questa: «Volevo che Sabrina mi aiutasse a cercare la scheda del cellulare di Sarah che ritenevo fosse caduta nel garage, senza che mia figlia si accorgesse di nulla». Una frase dalla quale i carabinieri del Reparto operativo e del nucleo di polizia giudiziaria, coordinati dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero, sono partiti per giungere al fermo di Sabrina Misseri, avvenuto venerdì sera.
Michele Misseri si agita molto il 29 settembre scorso, giorno in cui fa ritrovare ai carabinieri, in aperta campagna, il cellulare della nipote. Ascolta dai telegiornali che dal telefonino di Sarah manca la scheda Sim e non sa spiegarsi il perché, abboccando così alla trappola tesa dagli inquirenti che volutamente fanno circolare la falsa notizia della scomparsa della scheda del portatile. Misseri allora chiede alla figlia, almeno così fa mettere a verbale, di aiutarlo a cercare nel garage e questa circostanza fa capire agli investigatori che evidentemente Sabrina un ruolo nell’omicidio di Sarah lo aveva avuto, un ruolo tutto da valutare sull’aspetto penale perché il favoreggiamento non è imputabile visto il rapporto di parentela col padre.
Stando ad alcune indiscrezioni ci sono, però, anche altre intercettazioni telefoniche e ambientali che rendono traballante la tesi della più giovane di casa Misseri. In una circostanza, in particolare, Sabrina accusa il padre: «perché ha fatto trovare il cellulare, il giorno prima lo abbiamo toccato tutti quel telefono, ci sono anche le nostre impronte.... ». Una frase che rischia di rivelare altre complicità in famiglia.
Anche le dichiarazioni rese da Mariangela Spagnoletti non rendono credibile la versione di Sabrina perché l’amica con la quale doveva andare al mare quel giorno, dice ai carabinieri di averla trovata fuori dall’abitazione, e non era mai accaduto in precedenza, visibilmente agitata. Mariangela smentisce Sabrina in maniera abbastanza netta su un aspetto, su quello che accade a casa Misseri nei minuti concitati della scomparsa di Sarah, sul quale maggiormente si concentrano le attenzioni dei magistrati. Sabrina in precedenza aveva detto di aver atteso Mariangela nel cortile della sua villetta, una affermazione che serviva anche per giustificare come mai non aveva visto Sarah entrare nel garage. Se era per strada, come dice Mariangela, qualcosa avrebbe dovuto vedere.
Tutto questo però non basta per inchiodare Sabrina, occorre qualcos’altro, qualcosa di più sostanzioso dal punto di vista indiziario e a fornirlo ai carabinieri è Michele Misseri. Non la mattina di venerdì, quando torna nella sua casa di via Deledda per l’esperimento giudiziale e conferma di aver fatto tutto da solo, indicando il luogo dove ha strangolato la nipote. In quella occasione, ripete quanto ha già detto in precedenza e cioè che Sarah è entrata volontariamente e da sola nella cantina e di aver avuto un raptus dopo aver cercato un contatto sessuale.
Ma qualche ora dopo, nella sede della compagnia dei carabinieri di Manduria, quando cambia nuovamente, e chissà se definitivamente, versione. Sereno, serafico, preciso, risponde alla domanda dei magistrati: «Ma possibile che Sarah è venuta da sola in garage, scendendo tutto la rampa?». «No, dice, l’ha portata Sabrina, dovevamo rimproverarla perché non dicesse in giro che io il 23 le avevo toccato il sedere. Sabrina la teneva per i fianchi e io, come avevo concordato con mia figlia, le ho stretto la corda che tenevo sul trattore, attorno al collo. Purtroppo la situazione ci è sfuggita di mano, Sarah è caduta a terra ormai morta». Queste sono le accuse a carico di Sabrina (che continua a proclmarasi innocente), indizi che domattina alle 12 il giudice per le indagini preliminari Martino Rosati dovrà vagliare per decidere, al termine dell’interrogatorio di convalida del fermo, se emettere o meno a suo carico ordinanza di custodia cautelare in carcere per sequestro di persona e concorso nell’omicidio di Sarah.
la gazzetta del Mezzogiorno 17 ottobre 2010
mercoledì 17 giugno 2009
CANDIDATA RIVELA:«Le mie notti dal premier»
17 giugno 2009
| Patrizia D’Addario dietro alla mano di Silvio Berlusconi |
Da Bari, un’inchiesta sugli appalti nel settore della sanità fa tremare l’entourage del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Secondo quanto riporta questa mattina il Corriere della Sera, in due pagine a firma di Fiorenza Sarzanini, nel corso dell’indagine sarebbero state intercettate conversazioni che riguardano «alcune feste organizzate a Palazzo Grazioli (residenza romana di Berlusconi, ndr) e a Villa Certosa». Secondo la collega del Corriere, i personaggi coinvolti avrebbero fatto cenno al «versamento di soldi alle ragazze invitate a partecipare a queste occasioni mondane».
In mattinata, fonti “ufficiose” della Procura di Bari hanno confermato che è in corso un’indagine per induzione alla prostituzione in «luoghi esclusivi» di Roma e della Sardegna: come anticipato dal Corriere, l’inchiesta, che coinvolge Gianpaolo Tarantini, responsabile con il fratello Claudio della Tecnohospital, società barese che si occupa della fornitura di tecnologie ospedaliere, sarebbe scaturita da elementi acquisiti nell’ambito di accertamenti per presunti episodi di corruzione relativi a forniture di protesi.
Nell’inchiesta si ipotizza che l’imprenditore abbia contattato e inviato in residenze private alcune ragazze. Il titolare delle indagini è il pubblico ministero Giuseppe Scelsi, che nell’inchiesta originaria ipotizza i reati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione.
Queste ipotesi criminose vengono contestate ai due imprenditori in concorso con Silvia Tatò, titolare di alcuni centri di riabilitazione, e Vincenzo Patella, primario di ortopedia del Policlinico di Bari.
La candidata: «In lista perché ero alle feste a Palazzo Grazioli»
Nel dettaglio, a sostegno delle rivelazioni fatte stamattina, il Corriere della Sera pubblica un’intervista con una certa Patrizia D’Addario, candidata alle ultime Comunali di Bari nella lista “La Puglia prima di tutto”, sostenuta dal Pdl: «Mi hanno messo in lista - avrebbe detto la D’Addario alla Sarzanini - perché ho partecipato a due feste a Palazzo Grazioli».
Dopo avere anticipato di avere «registrato» la sua versione «con la massima cautela e beneficio d’inventario», il Corriere lascia parlare la D’Addario, che racconta di un compenso pattuito per una delle feste («ci siamo accordati per 2000 euro»), di avere conosciuto Berlusconi «in un grande salone» con «una ventina di ragazze», di come, a fine serata, la donna abbia deciso di andare a dormire in albergo e di avere ricevuto «soltanto 1000 euro», perché «non ero rimasta».
Non è finita: la D’Addario racconta di essere stata a Palazzo Grazioli un’altra volta, la notte delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti: «Ho le prove, nessuno potrà smentirmi». Le «prove» sono «le registrazioni dei due incontri», fatte dalla donna di nascosto: «In passato ho avuto problemi seri con un uomo e da allora lo porto (il registratore, ndr) sempre con me».
Alla fine, dopo avere detto che «“loro” sapevano che avevo le prove dei miei due viaggi», la D’Allario racconta di un «furto molto strano» avvenuto nella sua casa: «È stata completamente svaligiata. Mi hanno portato via Cd, computer, vestiti, biancheria intima».
Greco (Pdl): «La D’Addario? Ha preso sette voti»
«Patrizia D’Addario? Non la conoscevo, non l’avevo mai vista prima. Si è presentata al partito a marzo o ad aprile, ha chiamato il mio capo della segreteria dicendo che voleva candidarsi e l’abbiamo inserita come “quota rosa”, di cui c’è una percentuale da rispettare»: Salvatore Greco, deputato del Pdl, dice di avere pochi ricordi di Patrizia D’Addario, dopo essere stato tirato in ballo nell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera. La D’Addario, invece, ha detto che fu proprio Greco a contattarla, chiedendole di essere inserita nella lista “La Puglia prima di tutto”, di cui era capolista suo zio, Antonio Matarrese. «Non è così - ha detto Greco - Nell’intervista ha affermato che allora Matarrese era capolista, mentre Matarrese è risultato capolista l’ultimo giorno della presentazione delle liste, quindi neanche noi sapevamo della candidatura di Matarrese. E questa è la prima “inesattezza”. Poi, ha detto che mi conosceva da tempo, mentre io non l’avevo mai vista prima: si è presentata, voleva candidarsi dicendo di essere anticomunista, che aveva rimostranze da fare nei confronti dell’amministrazione comunale che l’aveva osteggiata nella vicenda di un terreno su un sito di Bari sul quale avevano un vincolo paesaggistico che non c’era. Dopodiché l’abbiamo candidata, si è vista a una manifestazione pubblica a piazza San Ferdinando come gli altri candidati e poi non si è più vista. Le sue tracce le ho ritrovate oggi sulla stampa».
«Perché abbiamo deciso di candidarla? Lei ha detto di essere un’imprenditrice, che era stata diversi anni fuori dalla città, che era tornata con grinta, che le piaceva la politica, che aveva molte conoscenze. Poiché, come è noto, in tutte le liste ci sono da rispettare le “quote rosa”, abbiamo deciso di candidarla. Quanti voti ha preso? Sette».
Il Corriere: è questa la «scossa» prevista da D’Alema?
Secondo il quotidiano di via Solferino, proprio dietro a questa vicenda potrebbe celarsi la «scossa al governo della quale ha parlato domenica scorsa D’Alema» (qui sotto per rileggerla, ndr). Poi ricorda che il pugliese Fitto, ministro per i Rapporti con le Regioni, aveva paventato che il riferimento fosse a un’inchiesta dei magistrati di Bari.
martedì 3 febbraio 2009
Garlasco: Intercettazioni, autopsia, tesi difesa e accusa
Chiara Poggi sarebbe stata uccisa da una stampella. E' ciò che emerge dalle intercettazioni delle telefonate di Alberto Stasi, l'unico indagato per l'omicidio di Garlasco del 13 agosto 2007. Sono 806 le pagine di intercettazioni telefoniche depositate in vista dell'udienza preliminare del 24 febbraio, nella quale il gup Stefano Vitelli deciderà se rinviare a giudizio Stasi o proscioglierlo.
LE INTERCETTAZIONI
Il 30 aprile 2008, Alberto Stasi parla con la madre Elisabetta Ligabò e commenta l'esito di un esame scientifico sui capelli ritrovati sulla scena del delitto. Il dialogo ruota attorno alla sua autodifesa e alla speranza che le indagini si indirizzino altrove.
Dice l'ex fidanzato della vittima: "... si! cioè, quello con il bulbo era di Chiara!... E gli altri non si riesce a tirar fuori niente per il momento". "Ho capito", risponde la madre. E lui: "Vabbè niente peccato! Ah, però un capello sembra tinto!". "... mm, speriamo! Lo controllano comunque?". "Sì, sì e speriamo che sia di quella t... della Cappa!".
Lo ripete due volte. La madre annuisce: "Eh, davvero, va bene, ok".
Il 20 novembre 2007 ce l'ha ancora con la cugina di Chiara. In una lunga conversazione telefonica con Marco Panzarasa, ex compagno di liceo e suo amico del cuore, sbotta: "Ma che c... vuole la Stefania Cappa?!".
Al centro della discussione, si legge dai verbali riportati da La Repubblica c'è l'imminente uscita di un servizio fotografico sul settimanale "Chi" che ritraeva Alberto in un uscita notturna con un gruppo di amici, servizio del quale Stefania sembrava essere informata e della cui pubblicazione aveva avvertito un'amica di Alberto. "Quella lì deve soltanto stare attenta che gli vengano a sequestrare le macchine, le biciclette, le stampelle". I due amici convengono sul fatto che "sarebbe anche ora!". Alberto è ancora più esplicito: "Altro che la fotografia... Non mi parlare di quelle lì ché mi viene la pelle d'oca solo a pensarci". È irritato. L'idea di essere stato messo sotto torchio dai carabinieri, e la diffusione dei verbali che lo riguardano, lo fanno sentire un "perseguitato". "Mentre ad altri...". L'amico gli offre la sponda: "... si è visto che su di loro (le gemelle Cappa, ndr) non hanno fatto praticamente un c... ". E Stasi: "Sì, vanno lì, perquisizione, tre scontrini!..."
LA STAMPELLA
Ma ad Alberto interessano soprattutto gli sviluppi delle indagini. Il giovane riferisce di una lettera che è in suo possesso e annuncia che chiederà al professor Francesco Avato, il suo consulente tecnico, se è possibile che Chiara sia stata colpita da una stampella. Una supposizione - ipotizzano gli investigatori - suggerita dalla stessa lettera. "Ma perché non vanno neanche a controllare?", chiede Stasi. Ma quel che più colpisce, in tutti i dialoghi di Alberto, è la mancanza di riferimenti a Chiara. Anche i sentimenti nei confronti della famiglia Poggi si intiepidiscono. E così, quando il 16 aprile 2008, apprende che, dopo otto mesi di attesa, i familiari di Chiara possono finalmente riaprire la casa del delitto ora dissequestrata, Stasi sembra seccato. "Ma da quando gli ridanno la casa? - ragiona con Panzarasa - . E dissequestrano la casa senza dircelo?".
IL PROCESSO
Giallo di Garlasco, la difesa di Stasi: "L'autopsia su Chiara è incompleta"
L'avvocato di Alberto: «Il corpo della vittima non è stato pesato e questo è
fondamentale per stabilire ora morte»
GARLASCO (PAVIA)
Dopo che qualche giorno fa una nuova perizia dell'accusa fissava l'ora della morte della ragazza tra le 10,30 e le 12 del 13 agosto 2007, cercando così di smontare l'alibi di Alberto Stasi che ruota proprio intorno a quell'ora, ieri l'avvocato di Stasi ha sostenuto un'altra posizione in difesa del suo assistito: «L’autopsia su Chiara Poggi è incompleta». Afferma infatti Giulio Colli, uno dei difensori di Alberto Stasi, il 25enne di Garlasco accusato dell’omicidio della fidanzata, avvenuto oltre un anno fa.
«Il corpo - spiega l’avvocato Colli in un’intervista che apparirà oggi sulla Provincia Pavese - non è stato pesato dopo la morte, perchè all’obitorio di Vigevano non era disponibile una pesa. Questo è quanto è stato sostenuto dal medico legale che ha effettuato l’autopsia. In realtà - continua Colli - una pesa poteva essere richiesta a qualunque reparto dell’ospedale. Così manca il dato certo per stabilire l’ora della morte e si ragiona soltanto su supposizioni».
Partendo dalla temperatura del cadavere al momento del suo ritrovamento, per calcolare l’ora della morte è fondamentale capire in quanto tempo il corpo si è raffreddato. Un organismo umano vivente raggiunge in media i 36-37 gradi. Determinante in questo calcolo è il peso corporeo.
C’è molta attesa, intanto, per l’udienza preliminare fissata davanti al gup di Vigevano per il prossimo 24 febbraio e che arriva a poco più di un anno e mezzo dal delitto (13 agosto 2007). E c’è un rincorrersi di voci. L’ultima è che la famiglia Stasi voglia lasciare Garlasco vendendo la villa di via Carducci. Una possibilità che era balenata nei mesi immediatamente successivi al delitto, come emerso nelle intercettazioni telefoniche, ma che poi non ha avuto corso.
LA STAMPA 3 FEBBRAIO 2009
LA PERIZIA CHE FISSA L'ORA DELLA MORTE:
Centrata l'ora in cui Chiara è stata uccisa. La nuova perizia smonta la difesa di Stasi
Tra le 10,30 e le 12 del 13 agosto 2007 Alberto non era al telefono con la madre e avrebbe potuto uccidere la Poggi
VIGEVANO (PAVIA) – Nessuna sorpresa. Ma una conferma in più. Per dire quello che la Procura di Vigevano ha sostenuto fin dall’inizio: la morte di Chiara Poggi, assassinata a 26 anni nella sua villetta di Garlasco (Pavia), «è da collocarsi in un intervallo di tempo compreso fra le ore 10,30 e le ore 12 del 13 agosto 2007, con maggior “centratura” intorno alle ore 11-11,30». In una nuova perizia di quattro pagine depositate in Procura, il medico legale Marco Ballardini smonta una ad una le motivazioni che avevano portato la difesa di Alberto Stasi, unico indagato per l’omicidio della fidanzata, a far risalire «l’epoca della morte fra le ore 9 e le ore 10».
L'ORA DEL DELITTO - Un particolare non da poco, quello dell’orario del delitto. Perché è proprio attorno a questo punto che gli avvocati di Alberto fanno ruotare l’alibi del ragazzo, che si è sempre detto innocente. Dai tabulati telefonici acquisiti dai carabinieri risulta infatti che alle 9,50 della mattina dell’omicidio il giovane ha ricevuto sul telefono di casa una chiamata della madre, Elisabetta Ligabò, che si trovava in vacanza in Liguria assieme al marito, Nicola Stasi. La telefonata dura appena pochi minuti. Quanto basta, secondo la difesa, per provare che «Alberto non può aver commesso il delitto, visto che l’assassino ha agito proprio in quell’arco temporale». La conclusione della difesa, a detta del medico legale, si baserebbe però su «presupposti non corretti». «Gli argomenti del consulente di parte, il professor Francesco Avato – è scritto nella relazione del dottor Ballardini – riguardano il comportamento del raffreddamento cadaverico». Prima di tutto, «il riferimento del prof. Avato ad una temperatura di 26 gradi (nel luogo in cui è stato ritrovato il cadavere, ndr) è del tutto arbitrario ed avulso da qualsivoglia dato obiettivo». Questo perché, osserva il medico legale, la difesa «si rifà alla curva termica registrata dall’osservatorio metereologico “Associazione Irrigazione Est Sesia-Ufficio Centrale Idrometria e Catasto” di tre paesi limitrofi a Garlasco», senza «peraltro considerare le oscillazioni orarie della temperatura» che «non può considerarsi uguale a quella di Garlasco».
IL PESO - Altro punto: il peso di Chiara. Essendo l’obitorio di Vigevano sprovvisto di una pesa, difesa e accusa hanno dato due misure differenti. «Il prof. Avato, appellandosi ad un aspetto definito come “costituzione piuttosto formosa”, arbitrariamente valuta il peso della ragazza prossimo ai 60 chili», mentre il medico legale dopo l’autopsia aveva stabilito il peso della ragazza tra i 45 e i 50 chili. «E’ chiaro che attraverso questa serie di modificazioni “abusive” – continua Ballardini – l’epoca della morte può essere spostata dove si vuole». Infine, una certezza scientifica: «Il fatto che al momento dei rilievi del 118» il corpo di Chiara non fosse già rigido suggerisce con una certa autorevolezza la proposizione seguente: alle 14,11 del 13 agosto non erano trascorse più di 2-4 ore (media 3) dal momento della morte».
Erika Camasso
Corriere della Sera 29 gennaio 2009(ultima modifica: 30 gennaio 2009)
domenica 2 dicembre 2007
Azouz e l'inseguimento del lusso:"La strage rovina i miei affari"

CRONACA
I dialoghi di Marzouk a pochi giorni dalla tragedia riportati nell'ordinanza del Gip
"Voglio auto potenti per sembrare un pascià". "Voglio capi griffati"
Azouz Marzouk
Aveva progetti ambiziosi Azouz Marzouk. Già a pochi giorni dalla morte del piccolo Youssuf e di Raffaella non faceva mistero di quello che sembra essere il suo chiodo fisso, la 'bella vita', e di voler tornare in Tunisia anche con una di quelle auto di lusso che gli piacevano tanto, "per sembrare un pascià".
Sono alcuni passaggi dei dialoghi sintetizzati dagli investigatori e riportati nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip di Como Luciano Storaci. Dialoghi da cui emerge anche la "rabbia" per quello che era accaduto a moglie e figlio perché risultavano "compromessi i suoi affari".
Ecco allora che il 2 gennaio di quest'anno Azouz, in macchina con Bilel Ben Amor Hamdi - altro arrestato - gli racconta "di posti di lusso", come Port El Kantoui e Hammamet "dove passa le serate quando va in Tunisia". I due concordano nel dire anche che '''la bianca' non ti dà tanta soddisfazione".
Tre giorni dopo, il 5 gennaio, Azouz è in macchina a Milano con altri due extracomunitari: accennano a "qualcosa da portare via in maggio" e "dicono anche che vorrebbero migliorare la loro condizione per non essere derisi quando torneranno in Tunisia".
Marzouk, a proposito del'Italia, afferma "che tutto sommato gli piace la vita qui", in quanto è più evoluta rispetto al suo Paese, "ma che gli italiani sono in genere inaffidabili". E poi, in sintonia con il personaggio che aveva fatto breccia nei media dopo la strage di Erba, una confidenza: gli piacciono "i capi di abbigliamento griffati e la vita agiata".
Lo stesso giorno, dopo essere stato al consolato tunisino, con un altro immigrato si sfoga: "odia Milano" dove "c'è molta gente sporca" e lui "si sente a disagio". Insomma "non si fida di Milano, non gli piace". Dopo di che "si lamenta del fatto che gli altri arabi vanno in giro con macchine brutte, invece", a lui "piacciono solo le Audi, le Bmw, le Porsche e dice che vorrebbe tornare in Tunisia con una di queste macchine per sembrare un pascià".
E non è tutto perché tra le confidenze c'è anche quella di un "progetto di comprare un terreno", nel suo paese. Ma in seguito a quel che gli è accaduto ha "rabbia". E la sua rabbia "è riferita solo ed esclusivamente al fatto che sono stati compromessi i suoi affari". Il discorso prosegue: ancora "affari" e "problemi per vendere delle automobili, parla di Bmw e che quando vede delle belle auto non capisce più niente".
Nell'ordinanza emessa nell'ambito dell'inchiesta coordinata dalla Procura di Como e condotta dalla Gdf - che oggi ha effettuato ancora una serie di perquisizioni - il gip fa anche alcune considerazioni sui "tunisini di Merone", gruppo composto in prevalenza dai fratelli Marzouk e dai loro cugini Hamdi: si tratta "di un gruppo di spacciatori di lungo corso, ben radicato sul territorio e ben conosciuto" dai consumatori e dagli acquirenti e che aveva "costituito un vero e proprio ipermercato degli stupefacenti dai ritmi di vendita elevatissimi".
Un gruppo in cui i ruoli sarebbero stati intercambiabili, per così dire, e dove i compiti non erano distribuiti rigidamente. E lo dimostra un'altra intercettazione ambientale dell'scorso 15 aprile in cui Azouz, a bordo della sua Fiat Marea con la zia e uno dei connazionali arrestati ieri, viaggia per le campagne in cerca di cocaina nascosta tra i boschi: "Io che lo vendo, mi tocca di cercarla... dì ti ricordi? Siete passati dal benzinaio?".
(La Repubblica 2 dicembre 2007)