martedì 20 gennaio 2009

Spagna: spogliarello in prigione per allietare i criminali




Valencia


La direzione delle istituzioni penitenziarie sta pensando di destituire il direttore del carcere

Valencia – La Spagna progressista di Zapatero se ne è inventata un’altra. Ramon Canova, direttore del carcere di Picassent, in Valencia, ha organizzato uno spettacolo hard per intrattenere i detenuti, certamente provati dalle rinunce penitenziarie.

Una spogliarellista ha allietato la giornata di circa trecento criminali, alcuni dei quali condannati per abusi sessuali, cospargendosi di latte in polvere e toccando le parti intime degli “spettatori”, non prima però di avergli messo in bocca un vibratore.
Per lo scandalo suscitato dall’iniziativa, la direzione delle istituzioni penitenziarie sta pensando di destituire Canova, che si è giustificato dicendo che durante tutto lo spettacolo i poliziotti hanno mantenuto il controllo della situazione.
Fonte la voce.it 20 gennaio 2009

Amanda, l'esercito della salvezza:"Chiamate testimoni dagli Usa"


DELITTO MEZ: LE STRATEGIE

"Fate venire qui Andrew, lui vi dirà chi sono, come pure il giudice Heavy". In aiuto di Amanda Knox arrivano dagli Stati Uniti amici e vicini di casa. Lei, l’enigmatica studentessa venuta da Seattle che davanti alla Corte d’assise di Perugia (dove è cominciato il processo per l’omicidio di Meredith Kercher) appare con un sorriso smagliante, sembra non aver nulla da temere

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Perugia, 19 gennaio 2009 - "Chiamate a testimoniare Andrew, lui vi dirà chi sono, come pure il giudice Heavy". In aiuto di Amanda Knox arrivano dagli Stati Uniti amici e vicini di casa. Lei, l’enigmatica studentessa venuta da Seattle che davanti alla Corte d’assise di Perugia (dove è cominciato il processo per l’omicidio di Meredith Kercher) appare con un sorriso smagliante, sembra non aver nulla da temere.

Tanto allegra da non sembrare imputata. Vuole gli americani a difenderla, vuole i parenti. E per questo cita anche una zia che vive in Germania - Dorothy Najr Craft - alla quale telefonò la mattina del 2 novembre. Il giorno dopo il delitto di Mez. Tanto è disinvolta lei, pronta anche a rispondere all’interrogatorio in aula (sono i suoi avvocati a chiederlo), tanto affranto il suo ex, Raffaele Sollecito. E’ quasi disperato. Durante l’udienza ai legali confessa: "Ho un peso sullo stomaco, non riesco a mangiare".

E’ teso, scambia qualche parola ma non ha voglia di scherzare come Amanda. Il conto alla rovescia verso la sentenza che potrebbe condannarli all’ergastolo è cominciato e il biondino pugliese si vede che ha paura. Nessuno ha chiesto il suo esame in aula. "Parlerà" dicono i difensori, Giulia Bongiorno, Luca Maori e Marco Brusco. Ma con dichiarazioni spontanee che non ammettono repliche o domande. E così non potrà contraddirsi con Amanda.

Nell’integrazione dei testimoni gli avvocati della studentessa americana a Luciano Ghirga e Carlo Dalla Vedova hanno inserito i nominativi di Andrew Sieber, "il mio migliore amico" lo definisce in 'My prison' e di Michael J. Heavy. Il primo dovrà riferire sulla "personalità fantasiosa ed estroversa" dell’imputata, e sulla "sua abilità di scrittrice". "Andrew è il mio amico del cuore, è un musicista piccolo ma con una grande personalità - scrive Amanda -. Parliamo sul tutto e anche lui è il mio socio officiale quando scaliamo le rocce della palestra".

Heavy invece è quel giudice che nei mesi scorsi aveva firmato ‘l’atto di innocenza’ della studentessa. Scrivendo al pm Giuliano Mignini e pure al Consiglio superiore della magistratura che "Amanda non può essere un’assassina, non può essere vero... ha una personalità fuori dal comune. Rasenta, nel suo manifestarsi con gli altri, un candore, un’onestà e una schiettezza inusitati". E’ un suo vicino di casa, la conosce da quando è piccola. La figlia è un’amica della giovane, enigmatica ragazza americana.

L’innocenza di Amanda, per i legali, è anche nei memoriali. Tanto che chiedono l’acquisizione dello scritto del 7 novembre e la testimonianza dell’ispettore superiore Raffaele Argirò della polizia penitenziaria con il quale la detenuta deve aver parlato. Lì dentro c’è un’altra verità, rispetto a quella del 6 novembre, scritta in due paginette consegnate ad una poliziotta. Raffaele invece ha chiamato a testimoniare in aula anche anche alcuni amici dalla sua terra natale.

Da Giovinazzo infatti spera possano arrivare parole convicenti, che lo facciano emergere come un ragazzo ‘normale’. Ma soprattutto vuole chiarire gli ultimi aspetti della sua vita evidenziati dalle indagini supplementari della procura. Due testimoni riferiranno quindi sul sequestro di qualche tempo prima di pochi grammi di cannabis.

Erika Pontini

la nazione perugia 19 gennaio 2009

Meredith: Raffaele Sollecito scrive dalla cella


"Ecco come evado da questo inferno"

Raffaele Sollecito scrive dalla cella

"E' ormai più di un anno che vivo in ques'inferno fatto di cemento vivo. Cerco di fare qualsiasi cosa pur di evadere con la mente". Parole di Raffaele Sollecito, il 24enne che, insieme ad Amanda Knox, è accusato dell'omicidio di Meredith Kercher. "Quando torno a pensare alle accuse incredibili che mi rivolgono - prosegue il giovane - nei momenti di solitudine e silenzio, mi guardo intorno e mi domando da chi o che cosa mi devo difendere".

"Certe volte - scrive ancora Raffaele nella lettera, pubblicata in esclusiva dal settimanale Gente - penso che tutto questo sia un brutto sogno, ma poi mi rendo conto che è reale e la mia amarezza, delusione, risentimento, rabbia aumentano". Quindi, il giovane spiega che cosa gli stia dando forza: "In una situazione da incubo come questa - scrive - ti sembra di arrancare nel buio pesto e l'unica luce che ti dà la speranza di andare avanti è la tua coscienza che cerca l'aiuto di Dio".

Nella lettera Raffaele non parla della notte dell'assassinio di Meredith, e nemmeno del processo. Parla invece di quanto gli manchino gli amici, del desiderio di tornare con loro, di quanto desideri "un panino alla piastra con porchetta e insalata russa da Mimmo's Snack", che definisce uno dei suoi "più intimi e inquietanti desideri", tanto che a volte si ritrova a sognarlo e all'improvviso si sveglia "sbavando impietosamente sul cuscino".

Nonostante tutto, però, Raffaele spiega di "credere ancora nella Giustizia", che scrive con la "G" maiuscola: "Nonostante tutto - scrive - ci credo ancora. Lo devo a chi mi ha voluto bene, a chi mi vuole bene e mi ha dato così tanto amore che non basterebbe la mia vita intera per riuscire a contraccambiarlo".

tgcom 19 gennaio 2009

Garlasco: i misteri del pc di Stasi e un'ora e mezzo per uccidere Chiara

Fonte: Cronaca qui 13 gennaio 2009

Quarantadue immagini nella memoria del suo pc Stasi le ha guardate un’ora prima del delitto

Giallo di Garlasco, l’hobby di Alberto: bimbi di cinque anni stuprati dai pedofili


GARLASCO 13/01/2009 - Filmati inequivocabili. Bambini di appena cinque anni obbligati a fare sesso e ad avere rapporti orali con uomini adulti. Fotografie raccapriccianti, che non lasciano dubbi sull’età dei protagonisti. Per Alberto Stasi sarà difficile ribattere all’accusa di deten­zione di materiale pedopor­nografico. A inchiodarlo sono le imma­gini che trovano spazio nella relazione di 88 pagine del Ris di Parma. Materiale ille­gale trovato nel computer portatile dell’ex studente modello e in un hard disk esterno.

IMMAGINI ORRIBILI
Sono chiari i volti dei bam­bini, neanche adolescenti, costretti a subire abusi. Pic­coli soli o insieme ad altri compagni di sventura che con occhi terrorizzati guardano in faccia chi li abusa o chi filma la scena. Bambini, qualcuno non ha neanche cinque anni, costretti a sve­stirsi, a toccare corpi di adulti, a sorridere nonostan­te tutto. Impossibile confon­dere i loro volti con quelli di maggiorenni, impossibile dimenticare i loro sguardi.
Diversi i file trovati nel com­puter del 25enne laureato in Economia e Commercio alla Bocconi, ma sono pochi i frammenti inseriti nella consulenza tecnica. «Foto­grafie e filmati, di manifesto contenuto pedo-pornografi­co», scrivono il capitano Al­do Mattei e l’appuntato scel­to Saverio Paolino incaricati dalla Procura di Vigevano.

«CHIARA NON HA VISTO»
Contenuti che Chiara, ucci­sa nella sua villetta a Garla­sco il 13 agosto 2007, non guardò mai. Non emerge che la sera prima del delitto, co­me spesso ipotizzato, la 26enne scoprì l’esistenza di quelle immagini nel compu­ter del fidanzato. Così uno dei moventi ipotizzati sem­bra perdere forza. Nessuna immagine rubata e la possi­bilità di svelare quel mistero sarebbe stata la molla di un delitto ancora irrisolto. Nei giorni precedenti al delitto non ci sono stati accessi a quelle immagini. L’hard di­sk, utilizzato per memoriz­zare quei filmati, non è stato usato tra il 5 e il 13 agosto 2007, sostengono gli esperti. Immagini al centro di un’operazione della polizia postale della Lombardia che ha portato alla denuncia di 102 persone. Dall’indagine della Scienti­fica che ha scrutato tra docu­menti, accessi a internet ed email private di Alberto emergono quei video memo­rizzati dopo il 22 ottobre 2006, data in cui è stato in­stallato il programma “eMu­le” usato per acquisire e con­dividere filmati.

SU E-MULE
Secondo gli esperti del Ris di Parma «la presenza delle copie dei film sull'hard disk esterno, evidenzia la volon­tà dell'utente di archiviare detto materiale per poterne usufruire in momenti suc­cessivi». L’ex studente mo­dello, in sintesi, ha volonta­riamente memorizzato quei video. Nessun errore, quin­di. Pochi margini di difesa anche se i legali preferisco­no non rispondere. La relazione degli esperti, però, svela anche un altro retroscena inedito: Alberto, poco prima dell’uccisione di Chiara, stava guardando un film porno. Esattamente, secondo l’analisi del suo computer, la visione è ini­ziata alle 10.05. «Un’ante­prima - viene definita nella consulenza tecnica - creata dal programma “Windows Media Player” riferita, in questo caso, a un filmato dai contenuti pornografici».

Nessuna indiscrezione in più su una rivelazione che non lo scagiona. «L'analisi corrente evidenzia l'assenza di attività dalle 10.37 alle 11. 57 del 13 agosto» si legge nella relazione. Secondo il medico legale, però, la 26en­ne fu uccisa tra le 11 e le 11.30, quindi l'unico inda­gato avrebbe avuto tutto il tempo di raggiungere via Pa­scoli e compiere il delitto. Nessun alibi dietro quel computer su cui Alberto ha cercato di costruire la sua innocenza.

«Stavo lavoran­do alla tesi» si è sempre limi­tato a dire davanti agli inqui­renti. Oggi, gli esperti dimo­strano che mentiva. Dovrà spiegare anche questo se, dopo l’udienza preliminare fissata per il 24 febbraio, Al­berto sarà processato per omicidio e detenzione di im­magini pedo-pornografiche.

Antonietta Ferrante

Gli avvocati Giarda e Colli: «Per i nostri periti i fotogrammi che descrivono i carabinieri non sistono»

«Quei video noi non li abbiamo trovati. Sono prove nulle»

GARLASCO 13/01/2009 - «I nostri periti, seguendo le indicazioni date dai cara­binieri, non hanno trovato il materiale descritto dall’ac­cusa. E poi, soprattutto, quel computer è stato analizzato e controllato senza la presenza di noi legali o dei nostri peri­ti, senza rispettare i più ele­mentari diritti dell’indagato. Quelle prove, pertanto, che avrebbero dovuto se mai es­sere utilizzate in sede di inci­dente probatorio, sono nul­le».
La pensano così i legali di Alberto Stasi, gli avvocati Angelo Giarda e Giulio e Giuseppe Colli, in merito al­le fotografie a sfondo pedo­pornografico rinvenute nel pc e nella “chiavetta” dell’unico indagato per il de­litto.

Quando la notizia del rinve­nimento da parte dei carabi­nieri del materiale shock è rimbalzata sulle pagine di tutti i giornali, comportando per Alberto l’accusa di de­tenzione e diffusione di ma­teriale pedopornografico, gli avvocati hanno precisato che «il computer di Stasi è stato prelevato dalla sua camera da letto, insieme con tre paia di scarpe, già il 14 agosto 2007, il giorno dopo il delit­to».

I carabinieri, secondo la difesa, lo avevano ispeziona­to già allora. In quella sede, Alberto ha dichiarato di non avere mai ceduto via internet le immagini per le quali in­vece è stato poi incriminato. Il computer, quindi, è al cen­tro di una ‘guerra’ tra accusa e difesa. Un possibile mo- vente del delitto di Chiara secondo qualcuno, una pro­va nulla secondo la tesi di­fensiva che sostiene una let­tura unilaterale e non garan­tita del computer che la ren­de inutilizzabile ai fini pro­cessuali. Secondo l’avvocato Giarda «il computer andava esaminato con incidente probatorio. L’esame di un pc costituisce un atto intrinse­camente irripetibile».

Recentemente, poi, le imma­gini pornografiche (ma con protagonisti adulti) erano state al centro di una diatriba fra e difesa e parte civile. Secondo Giarda, infatti, Chiara era a conoscenza dei filmati “hard” contenuti nel pc del fidanzato. Secondo la famiglia, invece, Chiara non ne era a conoscenza, e non li avrebbe mai approvati. Parti­colarmente dura è stata la mamma della vittima, Rita Preda: «Mia figlia era una ragazza senza ombre. Mai e poi mai avrebbe accettato una situazione del genere».

[a.fe.]

Le analisi sul disco fisso incastrano il 25enne

La relazione dei Ris: «Un’ora e mezza per uccidere Chiara»

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GARLASCO 13/01/2009 - Alibi o movente. Nel computer portatile di Alberto Stasi potrebbe esserci la verità sul caso di Chiara Poggi, uccisa nella sua villetta a Garlasco il 13 agosto 2007. Nella relazione di 88 pagine firmate dal Ris di Parma emerge il contenuto dell’hard disk dell’ex studente modello, indagato per omicidio e detenzio­ne di immagini pedopornografiche.
Foto e frame di filmati che non lasciano dubbi sull’età dei protagonisti e che sono state spesso indigate come il movente di un delitto ancora irrisolto. È questo uno degli aspetti che emerge dalla relazio­ne firmata dal capitano Aldo Mattei e all’appunta ­to scelto Saverio Paolino. Un altro, non meno importante, svela un retroscena inedito: alle 10.05 del 13 agosto Alberto, poco prima d el l’uccisione di Chiara, stava guardando un film por­no.

LA MATTINA DEL DELITTO
Una mattina, quella dell’omi­cidio, che per Alberto inizia poco dopo le 9. L’ex studente modello accende il computer alle alle 9.36, un minuto dopo si accredita, poi alle 9.57 apre un program­ma per effettuare piccole modifiche delle immagini. «Stavo lavorando alla tesi» è l’alibi del 25enne, ma a quel documento non lavora mai.
Poco dopo le 10 guarda un’immagine: «Un’anteprima - si sottolinea nella relazio­ne del Ris- creata dal programma “Windows Media Player” riferita, in questo caso, a un filmato dai contenuti pornografici». Alle 10.17 viene registrata sulla cronologia di Internet Explorer l’apertura o la chiusura del file della tesi. «Si è accertato - si spiega nella relazione tecnica - che dopo le ore 10.17 non sono presenti tracce informatiche che comportano la presenza attiva di un utente che interagisce con il pc».
In mattina­ta, secondo gli esperti, non sono stati appor­tati cambiamenti alla tesi «in quanto non esistono file temporanei che identificano la digitazione di nuove parti di testo con relati­vo salvataggio». L’ipotesi che siano stati rimossi definitiva­mente appare irreale, in caso contrario significa che il do­cumento è stato chiuso cor­rettamente e che Alberto «ab­bia smesso di lavorare al file ’core preventivo.doc’ alle 10.17.30».

GLI ORARI
Un orario che gli lascia tut­to il tempo per realizzare il delitto. La morte di Chiara risale tra le 11 e le 11.30, secondo gli esami dell’au ­ topsia. Solo alle 11.57 Al­berto ricomincia a lavo­rare al computer. Un las­so di tempo, tra le 10.18 e le 11.56, che lo rende un perfetto colpevole. Alberto ha il tempo materiale per uccidere e non ha più un alibi. In più di un’ora, il 25enne può infierire sul corpo della fidan­zata, lavarsi, disfarsi degli abiti e dell’arma insanguinata, tornare a casa, crearsi un alibi e solo poco prima delle 14 dare l’allarme.

Un piano quasi perfetto che l’accusa dovrà di­mostrare in ogni dettaglio. La prima partita si gioca il 24 febbraio prossimo: Alberto potrebbe essere processato per omicidio.

CRONACA QUI 13 GENNAIO 2009

Antonietta Ferrante

domenica 18 gennaio 2009

L´sms incastra il prof violentatore

La ragazzina disabile lancia l´allarme con il telefonino: i carabinieri lo colgono sul fatto. Lui nega tutto
Franca Selvatici
Un insegnante di sostegno è stato arrestato mercoledì sera dai carabinieri per violenza sessuale aggravata ai danni di una ragazza disabile di 19 anni. L´arresto è avvenuto alle 20,30 nella sede del sindacato Uil di via Corcos, dove il professore teneva un corso di informatica. L´arrestato, G. S., ha 60 anni ed è ex segretario provinciale della Uil Scuola. Il suo sindacato lo ha sospeso in via cautelare da ogni incarico. Secondo le accuse, il docente abusava della giovane donna sin da quando era una bambina e frequentava la scuola media di un comune vicino a Firenze, dove l´uomo era il suo insegnante di sostegno. Nel suo computer i carabinieri hanno trovato materiale definito pedopornografico, che dovrà essere analizzato. G. S. ora è a Sollicciano ed è stato visitato ieri dall´avvocato Eugenio Dalli Cardillo, che lo difende con il collega Umberto Schiavotti. Respinge tutte le accuse. I suoi legali sono preoccupati perché in luglio è stato operato al cuore e ha gravi problemi di salute.
La ragazza e sua madre hanno sporto denuncia qualche giorno fa, dopo essersi consultate con un parente, l´avvocato Salvatore Tridico che ha studio in provincia di Milano. I carabinieri hanno organizzato l´indagine in modo da cogliere possibilmente l´insegnante sul fatto. Uno di loro si è fatto mostrare dalla ragazza l´aula dove si teneva il corso di informatica e dove il professore, secondo la denuncia, la tratteneva a fine lezione per abusare di lei. Poi le ha trascritto il suo numero di cellulare sul telefonino e le ha spiegato che nel momento in cui il professore avesse cominciato a molestarla non doveva fare altro che premere il numero. Così è avvenuto. Il carabiniere è salito, ha aperto la porta e ha trovato il professore avvinghiato alla sua allieva, che palpeggiava appassionatamente tanto da non accorgersi neppure dell´ingresso di un estraneo nell´aula. «Potrei essere tua figlia, non mi toccare», diceva la ragazza. E il docente - secondo la denuncia - replicava: «Non sono tuo padre, non c´è niente di male».
Ultima di una numerosa nidiata di figli, la giovane donna soffre, probabilmente per effetto di una amniocentesi, di problemi fisici e di un lieve deficit cognitivo, per cui è stata dichiarata invalida e alle scuole medie ha avuto bisogno di un insegnante di sostegno che faceva anche ore di recupero con lei. Il professore era G. S. Nei giorni scorsi, quando dopo anni di silenzio la ragazza si è confidata con la madre, ha raccontato che già allora l´insegnante la baciava, la toccava, si strusciava a lei raggiungendo l´orgasmo. Dopo essersi iscritta a un istituto superiore, la ragazzina ha continuato a frequentare la scuola media perché ci lavorava un suo familiare e - secondo la sua denuncia - il professore trovava il modo di portarla in qualche stanza e di compiere atti sessuali, senza che lei riuscisse a sottrarsi alle sue attenzioni. Qualche mese fa, poi, il docente ha annunciato alla madre della ragazza che avrebbe potuto aiutarla a trovare un lavoro, le ha chiesto la documentazione sanitaria e le ha suggerito di mandare la figlia a un corso di computer che si teneva nella sede della Uil. I corsi prevedevano due lezioni alla settimana di due ore ciascuna, dalle 18,30 alle 20,30. E, secondo la denuncia, a fine lezione il docente trovava il modo di trattenere la ragazza e di abusare di lei. Mercoledì sera, dopo averlo sorpreso in atteggiamenti espliciti, i carabinieri lo hanno fatto rivestire, lo hanno portato in caserma, hanno eseguito una perquisizione trovando sul suo computer materiale definito pedopornografico e lo hanno dichiarato in arresto per violenza sessuale e atti sessuali su minori. L´indagine prosegue.
(Espresso Local 16 gennaio 2009)

Bimbi imbavagliati col nastro adesivo, a processo la maestra


Sarà processata per maltrattamenti il prossimo 17 aprile davanti al giudice monocratico la maestra accusata nel 2006 di aver utilizzato del nastro adesivo per imbavagliare e legare alle sedie alcuni bambini della scuola materna ‘Maurizio Poggiali’ di Roma. A rinviare a giudizio la maestra Maria Teresa Carrarini, difesa dall'avvocato Sandro Vannucci, è stato il giudice dell'udienza preliminare Silvia Castagnoli.

L'insegnante era finita sotto inchiesta in seguito alla denuncia fatta dai genitori di una decina di bambini i quali avevano detto di essere stati maltrattati dalla maestra. In concomitanza all'avvio dell'inchiesta una parte dei genitori della scuola ‘Maurizio Poggiali’, appoggiò l’istruttrice sotto accusa. "Non è un mostro - spiegarono - E' una persona esperta che segue i bambini da tanti anni, e che ha sempre avuto un comportamento irreprensibile". Altri riferirono una versione meno rosea dell’accaduto. Un nonno raccontò di sapere del fatto che alcuni bambini "tornavano a casa con le labbra scorticate per lo scotch", anche se il nipote non si era mai lamentato di nulla.


La maestra ha sempre respinto le accuse e proprio all'inizio della vicenda aveva presentato una denuncia per calunnia contro chi l'aveva denigrata, affermando che la scuola è fatta di spazi aperti, dove nulla è negato alla vista.


Lucia Rizzelli

A 4 anni spara alla babysitter che gli aveva pestato i piedi



Arrabbiato con la baby-sitter che gli aveva inavvertitamente pestato un piede, un bambino di quattro anni è andato nella camera da letto dei genitori, ha preso una pistola custodiata in un cassettto dell’armadio e ha sparato contro la giovane, ferendola ad un braccio. È successo a Jacxson, in Ohio, dove Nathan Beavers, 18 anni, e altri ragazzi stavano accudendo alcuni bambini in una casa-roulotte. Secondo testimoni, la giovane ha pestato un piede a uno dei bambini e questi per tutta risposta le ha sparato contro.

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