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mercoledì 23 settembre 2009

Associazione a delinquere, rinvio a giudizio per Vittorio Emanuele



ROMA - Il gup di Potenza, Luigi Barrella, ha rinviato a giudizio per l'ipotesi di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici funzionari Vittorio Emanuele di Savoia. Il Principe venne arrestato su richiesta dell'ex pubblico ministero di Potenza Henry John Woodcook (ora a Napoli) il 16 giugno del 2006 insieme ad altre 12 persone, sei delle quali condotte nel carcere di Potenza (dove venne portato anche il principe) e altrettante ai domiciliari.

Dopo appena sette giorni venne scarcerato per scontare i domiciliari, in una casa di Roma, in cui vi è rimasto fino al 20 luglio, quando il Tribunale del Riesame di Potenza revocò gli arresti disponendo il solo divieto di espatrio, caduto poi il successivo 16 novembre. "Non c'era da aspettarsi altro per una vicenda inspiegabile", ha commentato il Principe dicendosi addolorato ma fiducioso nell'accertamento dei fatti.


romagnaoggi 23 settembre 2009

L'avvocato, profonda delusione e paura
POTENZA- L'avvocato di Vittorio Emanuele di Savoia, Francesco Murgia, ha espresso "una profonda delusione sul piano tecnico" per la sentenza di rinvio a giudizio del principe emessa poco a fa dal gup di Potenza, Luigi Barrella. Parlando con i giornalisti nel Palazzo di giustizia di Potenza, l'avvocato ha aggiunto che "gli elementi eclatanti che deponevano per l'insussistenza di qualsiasi ipotesi di reato, sono stati riversati in maniera ampiamente esaustiva. Sono deluso come avvocato e impaurito come cittadino perché - ha concluso Murgia - si è usata come prova l'aria".

Uno degli altri legali di Vittorio Emanuele, Gianfranco Robilotta, ha aggiunto che ''come avvocati siamo sereni. Rispettiamo la decisione del giudice, anche se non ce l'aspettavamo. Cercheremo di salvare le ragioni che - ha concluso Robilotta - oggi non siamo evidentemente riusciti a rappresentare al Tribunale''
ANSA 23 SETTEMBRE 2009

Garlasco: una perizia aggrava la posizione di Alberto Stasi

Garlasco, cambia la scena del delitto
La nuova perizia sulle tracce di sangue sconfessa Alberto Stasi: non poteva non sporcarsi le scarpe

Dal nostro inviato Giusi Fasano

VIGEVANO (Pavia) - Si parte dalla scena del delitto, o meglio: dalle immagini digitali del luogo. E si ricostruisce una mappa delle tracce di sangue più dettagliata ed estesa di quella che si può vedere a oc­chio nudo, grazie a sofisticati strumenti tecnologici e infor­matici che aiutano a disegnare il «nuovo» luogo del crimine e a rilevare dettagli finora mai messi a fuoco. Per esempio il siero sanguigno, chiaro e non evidente nelle fotografie e nei filmati del dopo-omicidio. Ecco. È questo l’ultimo col­po di scena del caso-Garlasco. Ed è questo che il professor Nel­lo Balossino, docente e mago dell’elaborazione di immagini alla facoltà di Scienze di Tori­no, vorrebbe mettere agli atti del processo contro Alberto Stasi, il biondino di Garlasco accusato di aver ucciso la sua fidanzata, Chiara Poggi, la mat­tina del 13 agosto 2007 nella villetta di lei, a Garlasco. Balos­sino è uno dei superperiti no­minati dal gup di Vigevano Ste­fano Vitelli che al professore ha chiesto di sciogliere due no­di sull’omicidio di Chiara. Pote­va o no Alberto camminare in casa Poggi secondo il percorso che dice di aver fatto senza sporcarsi le scarpe consegnate poi linde ai carabinieri? E anco­ra: esiste, e qual è la posizione per aprire la porta di accesso al­la cantina (dove Chiara fu tro­vata) senza calpestare il san­gue?

Tutte e due le risposte, ov­vio, sono legate all’estensio­ne del sangue sul pavimen­to. E, stando ai primi accer­tamenti - che Balossino ora vorrebbe approfondire assieme ai consulenti di par­te civile, difesa e accusa - la sostanza ematica comparireb­be su una superficie più ampia del 20-30% rispetto a quella vi­sibile nelle perizie eseguite fin qui. Perché in quelle perizie non sono stati utilizzati gli stru­menti tecnici di cui si dispone in questo caso. «Marchinge­gni », per dirla con l’espressio­ne di chi li usa, dai quali è pos­sibile vedere «oltre» la mac­chia di sangue e quindi indivi­duare anche il siero sanguigno, di colore chiaro e non visibile nelle immagini usate fino ades­so dai consulenti. Certo è che se si rivede al rial­zo la mappatura ematica a casa Poggi le cose per Alberto si complicano, quantomeno sulla questione del sangue calpesta­to o non calpestato. Stavolta un punto a favore dell’accusa, dopo il clamoroso esito della perizia informatica con la qua­le è stato dimostrato che fra le 9.36 e le 12.20 di quel 13 ago­sto Alberto lavorava al compu­ter, come ha sempre sostenu­to, mentre il pubblico ministe­ro ha centrato il delitto fra le 11 e le 11.30.

Vero è che le analisi informa­tiche sono importanti per la conferma dell’alibi nella fascia oraria 9.36-12.20, ma quel dato da solo salva Alberto in quel­l’orario. Non demolisce gli altri elementi sostenuti finora dal­l’accusa fra i quali la questione, appunto, delle scarpe. La procu­ra sostiene che Alberto uccise Chiara, andò a casa e cambiò le scarpe prima di inscenare un finto ritrovamento del corpo. Per questo non ci sarebbero sta­te tracce di sangue. Il perito del pm, il professor Boccardo, nella sua prima relazione aveva soste­nuto che, fatte 800 mila simula­zioni al computer, c’erano zero possibilità che le scarpe restas­sero pulite. L’obiezione del con­sulente di Alberto, il professor Pedotti, fu che si era considera­ta una falcata troppo piccola: «L’estensione del passo del ra­gazzo è fra 80 e 100 centimetri» si disse. E allora Boccardo fece altre prove, stavolta con falcata 70-90 centimetri. Il computer ri­petè il percorso fatto dal biondi­no: per 10 mila volte in entrata e altre 10 mila in uscita da casa Poggi. Risultato: zero possibili­tà di non calpestare il sangue al­l’andata e 0,07 al ritorno. E la «mappa» del sangue era più pic­cola di quella ipotizzata ora.

(ha collaborato Erika Camasso)
corriere della sera 23 settembre 2009

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