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venerdì 28 dicembre 2007

Il racconto di un cronista che ha frequentato per mesi un corso organizzato da un gruppo ultracattolico

Il racconto di un cronista che ha frequentato per mesi un corso organizzato da un gruppo ultracattolico
Gli ho detto: «Sono gay». Mi hanno risposto:«La sua è una malattia leggera, possiamo curarla bene...»»
Davide Varì
L'appuntamento è con Don Giacomo nella sede delle edizioni Paoline poco lontano dalla Garbatella, ex quartiere popolare di Roma. Un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità. Un appuntamento sudato: i sedicenti guaritori di gay, almeno in Italia, non vogliono troppa pubblicità. Per rintracciare quello italiano ho dovuto chiamare un gruppo omologo svizzero che mi ha girato la sede milanese di "Obiettivo Chaire", un'associazione ultracattolica che organizza, sì, incontri terapeutici, ma soltanto a Milano. Alla fine mi indicano Don Giacomo qui a Roma, un giovane prelato che, dicono loro, può aiutarmi. E ora, dopo quel lungo peregrinare, ci sono: finalmente sono di fronte allo studio di Don Giacomo. La prima tappa del mio percorso di "guarigione". Un percorso durato circa sei mesi nei quali mi sono ritrovato immerso in un mondo parallelo fatto di reticenze, mezze verità, ambiguità e strane alleanze tra ambienti del Vaticano e alcuni gruppi di psicologi guidati dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana.Ma prima c'è don Giacomo, il primo livello di valutazione della "gravità del paziente" spetta infatti a lui, a un rappresentante della Chiesa cattolica. Don Giacomo è gentile. Dopo vari colloqui telefonici nei quali, con molta discrezione e molto tatto, mi chiede i motivi che mi spingono verso questa terapia, arriva il momento dell'incontro. Dopo una breve presentazione, inizia il colloquio vero e proprio.Le domande fondamentali sono due o tre: quanti rapporti omosessuali ho consumato, con quale frequenza e le sensazioni che ho provato. Gli racconto quasi tutta la verità, tutta tranne il fatto che sono un giornalista e che non sono omosessuale. Gli dico che sono sposato, che ho un bambina e butto lì un paio di esperienze omosessuali legate alla mia adolescenza e la preoccupazione che quelle esperienze possano tornare a galla e rovinare il mio matrimonio. Don Giacomo ascolta con partecipazione. Poi inizia il lavoro d'indagine per capire le ragioni della mia omosessualità. Mi chiede dei miei genitori, del rapporto con mia madre - rispetto alla quale tiro fuori un bel conflitto. Fa sempre bene, penso: ai preti e agli psicologi piace - gli racconto del ruolo marginale di mio padre, dei rapporti sessuali con mia moglie, le relazioni interpersonali e così via. Una scannerizzazione superficiale ma completa del mio vissuto.Poi la domanda: «Quando è stata la prima volta, Davide», mi chiede Don Giacomo. Gli racconto di un mio compagno di liceo, di tale Luca, col quale ero molto amico e di come quell'amicizia, col tempo e in modo del tutto inaspettato, si fosse trasformata in relazione sessuale. Don Giacomo ascolta con attenzione e partecipazione. Mi vede provato e cambia discorso: «Credi in Dio?» mi chiede. Io rispondo che provengo da una famiglia molto religiosa ma che no, non ho mai praticato. Ma ultimamente, aggiungo, sento rinascere in me qualcosa di diverso. È il momento più delicato, il momento in cui bisogna scegliere se andare fino in fondo passando sopra le sincere convinzioni religiose di Don Giacomo, oppure finirla lì e andarsene. E' come se mi prendessi gioco della sua fede, e forse nessuno mi da il diritto di arrivare fino a quel punto. Poi mi convinco che nella realtà quotidiana questi "guaritori di omosessuali" fanno solo danni: prendono una persona, nella gran parte dei casi spinta dalla famiglia, gli raccontano che la propria omosessualità è una deviazione dalla norma e la invitano a intraprendere, con loro, un percorso di guarigione, anzi, di "riparazione". Ed allora decido di andare avanti e raccolgo l'appello di Don Giacomo: «Preghiamo insieme?».segue a pagina 323/12/2007

Pseudo guaritori dall'omosessualità

venerdì 28 dicembre 2007
Ha fatto scalpore il reportage di Davide Varì pubblicato sul quotidiano Liberazione del 23/12/2007, nel quale l'autore racconta i sei mesi da infiltrato in studi di psicologi sedicenti "guaritori" da omosessualità.Il giornalista, fingendosi omosessuale, si rivolge in principio al giovane prete Don Giacomo, al quale racconta di essere sposato ma di avere avuto rapporti omosessuali in età adolescenziale ed in qualche occasione in seguito al matrimonio. Il parroco, dopo avere avuto risposte dal giornalista, relativamente alla tipologia di rapporti avuti, lo invita a rivolgersi al dottor Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana. Comincia così il percorso "riparatore", fatto di presunte pratiche psicoterapeutiche, derivanti dalle teorie colme di pregiudizi di tale sedicente dottor Joseph Nicolosi.Tali teorie si basano sul concetto secondo il quale l'omosessualità sarebbe una patologia, nettamente in contrasto con quanto dichiarato già dal 17 maggio 1990 dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, che invece la definiva una variante naturale della sessualità. D'altronde già prima di quella data, gli Ordini internazionali degli Psicologi e degli Psichiatri, si battevano per l'abolizione della definizione dell'omosessualità come malattia mentale.In quegli studi di psicologi cattolici reazionari descritti dal bravo giornalista, pare venissero condotti forzatamente dai propri genitori, molti minorenni in età adolescenziale, costretti a curarsi da una inesistente patologia.Nonostante le dichiarazioni dell'OMS e in barba a quanto Freud sostenava un secolo fa - che di fatto già non considerava l'omosessualità una malattia - ancora oggi coloro che hanno un diverso orientamento sessuale, subiscono quotidianamente tante discriminazioni. In tale contesto, tali pratiche di condizionamento individuale, non possono fare altro che accrescere un disagio già creato dalle discriminazioni subite. Questo perchè le pseudoterapie riparatorie tendono a fare assumere ai soggetti che vi si sottopongono, un atteggiamento di vergogna per il proprio orientamento sessuale e di autodisprezzo di sè.Ora si parla di interrogazioni parlamentari per mettere in piena luce quanto emerso dalle colonne di Liberazione, mentre l'Ordine degli psicologi, per bocca della dottoressa Marialori Zaccaria, presidente dell'ordine degli psicologi del Lazio e membro del consiglio nazionale, fa sapere che interverrà per accertare eventuali responsabilità.Intanto, il dottor Cantelmi ed il suo staff, farebbero bene ad intraprendere un percorso riabilitativo della propria psiche, affinchè possano essere aiutati a guarire da quella patologia che prende il nome di discriminazione sessuale.

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